Idee per insegnare

Siete in cerca d’ispirazione per il prossimo anno scolastico? Cercate qualcuno che vi dia una spinta, un’idea, uno spunto di riflessione? Ascoltate questi cinque insegnanti che parlano della loro esperienza.

1

“Una collega mi disse un giorno: “Non mi pagano per farmi piacere i ragazzi. Mi pagano per impartire una lezione. I ragazzi dovrebbero impararla. Io dovrei impartirla. Loro dovrebbero impararla. Caso chiuso.
Beh, le dissi: “Sai, i ragazzi non imparano da gente che a loro non piace.”
Allora mi disse: “Queste sono un sacco di stupidaggini.”
E io le dissi: “Beh, il tuo anno sarà lungo e difficile, tesoro.”
È inutile dire che fu cosi.”

2

“È il mio primo anno come professore di scienze alle superiori, e sono pieno di entusiasmo. Sono trepidante, metto tutto me stesso nel programmare le lezioni. Ma lentamente arrivo a questa orribile rivelazione che forse i miei alunni non stanno imparando niente.”

3

“Posso chiedervi di ricordare quel tempo in cui davvero amavate qualche cosa, un film, un album, una canzone o un libro, e l’avete consigliato di tutto cuore a qualcuno che davvero vi piaceva, e avete anticipato la sua reazione, avete aspettato, ed è venuto fuori che la persona lo odiava. Quindi, per farvi capire, questo è esattamente lo stato nel quale mi trovo sul lavoro ogni giorno negli ultimi sei anni. Insegno matematica alle scuole superiori.”

4

“le domande degli studenti sono i semi del reale apprendimento, non qualche programma da copione che ha dato loro solo brandelli di informazione casuale.”

5

“Nel panorama educativo di oggi, abbiamo a che fare con un’infatuazione nei confronti della cultura dell’unica risposta esatta da segnare correttamente nei test a scelta multipla, e sono qui per condividerlo con voi,questo non è insegnamento. Questa è assolutamente la cosa sbagliata da chiedere, dire ai ragazzi di non sbagliare mai. Chiedere loro di avere sempre la risposta giusta non permette di imparare.”

Pubblicato in Didattica | Lascia un commento

Elaine Morgan. L’origine della donna. Cap. 9 L’uomo cacciatore

Cap 9 L’uomo cacciatore

Quello che segue è un estratto del capitolo. I puntini indicano testo mancante, in corsivo mie aggiunte.

 

Siamo ora arrivati al pleistocene. Gli ominidi stanno risalendo i fiumi e si stabiliscono sulle sponde di nuovi laghi all’interno. ….

…. Ovviamente non fu un passo gigantesco quello che essi dovettero compiere allorché cominciarono le piogge del pleistocene; non fu molto di più di un cambiamento d’ambiente:
Ma l’interruzione era cessata. Drammaticamente le loro ossa riappaiono di nuovo sulle pianure ove, per milioni di anni, nessuna traccia degli ominidi era rimasta. Come si esprime Ardrey: “Tornammo da dovunque fossimo stati”. E tornammo mutati dal mare e diversi: eretti, con la pelle nuda, onnivori, capaci di servirci di utensili, nel primo stadio della ripresa dall’emergenza biologica, e nei primi stadi delle vere comunicazioni verbali.
Mi propongo di esaminare nei particolari quattro sfaccettature della leggenda androcentrica concernente gli sviluppi più importanti di questa fase della nostra storia. L’una è la tesi alquanto romantica di minoranza di Robert Ardrey, il quale sostiene che i semi della nostra società dilaniata dalle guerre furono gettati a quell’epoca, perché esistevano due specie di australopitecini, l’una pacifica e l’altra bellicosa e quella bellicosa eliminò la pacifica e divenne l’antenata del genere umano assetato di sangue.
Le altre tre sono di gran lunga più importanti perché vengono quasi universalmente accettate. Gli specialisti possono avanzare riserve su di esse, ma, per la maggior parte, le loro riserve non sono filtrate fino alla consapevolezza del grande pubblico; l’uomo della strada manda giù interi i miti.
Secondo il primo mito, l’uomo in quel periodo, divenne un carnivoro cacciatore, e la donna, non essendo una cacciatrice, rimase in casa con la progenie, in attesa che il compagno portasse le provviste senza le quali nessun membro della famiglia sarebbe sopravvissuto.
Il secondo mito vuole che, in conseguenza di ciò, la donna, già in tempi così primordiali, si riducesse ad essere una massaia e non desse alcun contributo alla cultura umana, mentre gli uomini gettavano tutte le basi della tecnologia e dell’arte.
Secondo il terzo mito, durante questo periodo la razza umana divenne legata a coppie perché l’uomo cacciatore necessitava di una tranquillità di spirito basata sul monopolio sessuale, e, per conseguenza, teneva una donna nella sua caverna, sfamando lei e i figli in cambio di favori sessuali e dando così origine al nucleo della famiglia monogama. Un uomo, una donna e i loro rampolli. ….

-La Morgan dedica poi alcune pagine ad analizzare l’ipotesi di Robert Ardrey che siano vissute in Africa due specie di australopiteco,  A. robustus e A. africanus. Secondo Ardrey l’aficanus avrebbe finito per sterminare il più pacifico robustus e rappresenterebbe quindi il nostro antenato. Chiaramente questa parte del libro non può che rifarsi a quello che era lo stato della conoscenza ai primi anni ’70  (ancora non era venuto alla luce lo scheletro di Lucy) e mostra alcuni limiti, i ragionamenti della Morgan però, come sempre, mi sembrano assai validi. Ella ammette certamente che si possano essere formate più popolazioni e che queste possano essere rimaste in isolamento fino a differenziarsi l’una dall’altra-

…. Il termine impiegato talora dai biologi per denominare una di queste popolazioni che si riproducono nell’isolamento è “demo”. Si tratta di stabilire: che cosa accadde quando i demi dispersi della scimmia acquatica tornarono ad unirsi? La riunione poté determinarsi di quando in quando durante le migrazioni casuali lungo le coste, ma le probabilità di simili incontri aumentarono di gran lunga quando la fertilità del pleistocene aprì loro l’interno.
Si sarebbero incontrati come estranei. Forse, e lo abbiamo già veduto, avrebbero differito gli uni dagli altri in misura accentuata per l’aspetto. Forse i maschi di uno dei demi avrebbero attaccato e vi sarebbe stata una battaglia. Non è una conclusione tanto scontata come vorrebbero far credere alcuni autori, poiché specie diverse di primati  spesso dimorano insieme in pace nella stessa zona di foresta; ma, anche se si fossero battuti, l’esito difficilmente sarebbe stato un genocidio.
E’ improbabile che in una zuffa del genere sarebbero state massacrate anche tutte le femmine e i piccoli incapaci di opporre resistenza. E se femmine e piccoli fossero rimasti in vita, possiamo essere quasi certi che vedove e orfani, appartenendo, come appartenevano, a una specie coattivamente gregaria, avrebbero seguito i vincitori anziché optare per la dispersione e l’isolamento, anche se, in base ai loro criteri, i vincitori fossero stati o troppo alti o troppo bassi, o troppo neri o troppo di pelo lungo, o si fossero nutriti con cibi insoliti, o avessero emesso strani suoni.
A questo punto il meccanismo tipo Galapagos si guasta. In quasi tutte le altre specie, un’ampia divergenza nell’aspetto o nel comportamento costituisce un varco troppo largo perché possa essere attraversato. Immaginate ad esempio una specie di uccelli che sia rimasta separata su due isole fino a dar luogo a una divergenza, diciamo, del venti per cento nelle dimensioni delle due popolazioni. In seguito all’azione della selezione naturale, questi demi, anche se riuniti, il più delle volte non si incrocerebbero, ma rimarrebbero in eterno distinti e cristallizzati in due specie, come accadde per la grande alca e la piccola alca.
E il fattore mediante il quale la selezione naturale assicura ciò è la schizzinosità delle femmine, che tendono ad essere conservatrici nelle loro preferenze. Dalla drosophila in su, esse tendono a respingere i maschi che hanno un aspetto o un comportamento diverso dalla norma. E, dalla drosophila in su (con una sola eccezione), sono gli arbitri definitivi. Se scalciano e schivano il maschio ed estrudono gli ovopositori, l’accoppiamento è semplicemente escluso.
Ma la femmina dell’ominide, quando tornò alla terra, non fu più né l’iniziatrice, né l’arbitra definitiva nel processo della selezione. Vedove e orfani che accompagnavano estranee truppe vittoriose non avrebbero avuto alcuna possibilità di piagnucolare a proposito della purezza del deme. Forse, invero, avevano cominciato a perdere l’istinto che le portava a far questo, e a partecipare, in una certa misura, alla “indeterminatezza di scopo” del maschio, In ogni caso venivano probabilmente considerate alla stregua di un bottino. Così, anche una variante di grandezza, diciamo trenta centimetri di statura in più o in meno, non avrebbe costituito un ostacolo agli incroci già allora, e non lo ha mai costituito in seguito. I soli ostacoli sono quelli geografici e culturali.
Pertanto non posso mandar giù la tesi di Ardrey che, siccome esistevano australopitecini grossi e australopitecini piccoli, dobbiamo concludere ritenendo fatale uno scontro, e dobbiamo per giunta decidere da quale delle due razze discendiamo, in quanto l’una dovette sterminare l’altra.
Una volta di più egli ha dimenticato che esistevano le femmine. E’ come dire che siccome Guglielmo il Conquistatore si scontrò con re Aroldo, noi dobbiamo decidere se gli inglesi discendono dai normanni o dai sassoni.
La variabilità, la versatilità, la vitalità del genere umano sono dovute in non piccola parte al fatto che essa è rimasta, biologicamente, un’unica specie; che, per quante nuove barriere siano intervenute, geografiche, sociali o di altro genere, per quanto spesso le popolazioni umane si siano isolate, divergendo per la morfologia o il colore o la cultura, una volta ristabilito il contatto, le singole correnti ricominciano a scorrere sempre di nuovo insieme e si arricchiscono a vicenda, e accrescono il potenziale evolutivo della razza come un tutto.
Se dobbiamo questo aspetto unico e infinitamente fruttuoso della biologia umana al fatto che la femmina fu privata della sua posizione di “specialista sessuale”, come la chiama Ardrey, allora l’emergenza biologica, per quanto penose ne siano state le ripercussioni,  può aver costituito una delle cose più creative che siano mai accadute. Se così non fosse stato, allora, poiché gli uomini si sono diffusi sulla terra ancor più estesamente dei babbuini, vi sarebbero oggi più specie di Homo di quante non ve ne siano di Papio. In effetti, per quanto i razzisti si sforzino di non vedere la verità, ne esiste una sola.

Ce n’è una sola e , fino all’arrivo di mutanti culturali come George Bernard Shaw, la specie umana è stata per milioni di anni carnivora. Questa evoluzione di un primate mangiatore di carne viene talora considerata un fenomeno nuovo e unico. ….

-La Morgan fa in effetti notare, citando vari lavori di etologi, che non è affatto insolito che dei primati si cibino di carne, dai macachi agli scimpanzé sono molti i casi in cui scimmie uccidono e divorano prede.-

…. Appare molto chiaramente dunque che l’ominide non fu il primo né l’unico primate macellaio; né egli ebbe bisogno di alcuna “trasformazione genetica rivoluzionaria” per poter digerire la carne, poiché innumerevoli primati suoi cugini vi riescono con la massima disinvoltura. ….

-L’autrice fa altresì notare come in genere nei gruppi di cacciatori raccoglitori, la carne proveniente dalla caccia, difficilmente costituisce la parte principale della dieta-

…. Anche gli ominidi divenuti mangiatori di carne non erano dottrinari riguardo alla loro alimentazione. Anche noi siamo per la maggior parte mangiatori di carne: eppure etto in più o etto in meno, la carne costituisce soltanto una piccola parte del nostro consumo totale. La stessa cosa fu quasi certamente vera anche per quanto concerne i nostri antenati cacciatori. Sembra non vi sia motivo di dubitare della conclusione di Bartholomew e Birdsell che “Come quasi tutti i popoli cacciatori odierni, gli australopitecini probabilmente utilizzarono le piante come la loro più importante fonte di cibo” e vissero mangiando “uova, pesci, crostacei, insetti, piccoli mammiferi, rettili, le carogne dei mammiferi più grossi, bacche, frutti, noci, radici, tuberi, e funghi”. ….

…. Dico questo non per sminuire i conseguimenti. Nei momenti migliori sono certa che fosse magnifico, gli occhi abili nel seguire le tracce, non molto inferiori al fiuto dei felini, il passo instancabile, il coraggio grande, la mira micidiale, l’ingegnosità senza confronti, e le accoglienze, quando portava a casa il cibo, calde e chiassose. E’ tutto verissimo, per quanto attiene la sua abilità e la sua audacia, le sue armi e la sua intelligenza.
Eppure, occorre pareggiare il bilancio. Perché quando un tarzaniano dice a se stesso “carnivoro” pensa a un lupo, e pensa inoltre: “Si naturalmente, questo è quanto accadde alla nostra società. La donna rimaneva a casa nella caverna con la sua nidiata, come la lupa con i cuccioli appena nati, che non può prendere parte alla caccia. Rimanevano là finché l’uomo non faceva ritorno con il cibo, tutti quanti semplicemente distesi qua e là, in attesa di aiutare l’uomo a mangiarlo”. E se il tarzaniano vive in una società assillata dal mammismo e dagli alimenti e dalle ulcere dei dirigenti, la scena si cristallizzerà nella sua mente e avrà corollari inconsci quali “e da allora la donna non ha mai fatto altro” o “tutto quello che l’uomo ne ricavava era la possibilità di dormire con lei una volta terminata la caccia, quindi, Dio mio, scommetto che ella doveva essere molto abile in questo, se voleva la sua fetta di cacciagione.
Bernard Shaw mise in bocca a Caino, in “Ritorno a Matusalemme”, l’essenza della versione di un romantico della vita familiare del cacciatore: “Caccerò: lotterò e mi sforzerò fino a farmi scoppiare i tendini. Quando avrò ucciso il cinghiale mettendo a repentaglio la mia vita, lo getterò alla donna affinché lo cuocia e gliene darò un boccone in cambio delle sue fatiche. E lei non avrà altro cibo e questo la renderà mia schiava. E l’uomo che ucciderà me avrà lei come bottino. L’Uomo sarà il padrone della Donna, non il suo bimbetto e il suo facchino. Soltanto quando [un uomo] si è battuto, quando ha affrontato il terrore e la morte, quando si è adoprato fino ad esaurire l’ultimo briciolo della sua forza, può sapere che cosa significa riposare nell’amore tra le braccia di una donna”.
La risposta di Eva è intesa a presentare il rovescio della medaglia: “Tu padrone della donna! Sei suo schiavo più del bove di Adamo o del tuo cane da pastore. Uccidi la tigre mettendo a repentaglio la vita; ma a chi tocca la pelle striata per la quale hai corso un così grave pericolo? La prende la donna per giacer visi, e getta a te la carne della carogna che non puoi mangiare. Ti batti perché credi che il tuo batterti la induca ad ammirarti e a desiderarti. Sciocco: lei ti induce alle battaglie affinché le porti gli ornamenti e i tesori  di coloro che hai ucciso. Che cosa sei tu, povero schiavo di una faccia dipinta e di un fagotto di pelliccia di moffetta? Tu sei, per gli altri uomini, quello che l’ermellino è per il coniglio; ed ella è per te quello che la mignatta è per l’ermellino”.
Tutto ciò è ottima dialettica e uno splendido compendio dei pro e dei contro del mito dell’Uomo Carnivoro, un mito tuttora esistente e attivo nell’inconscio collettivo di tutti i più gagliardi gruppi uniti nel legame maschile.
La femmina, dice Desmond Morris, “dovette rimanere inattiva e a badare ai figli”. Sembrerebbe che non avesse altro da fare per tutto il giorno. E, naturalmente, scaldarsi i muscoli per una possibile “bizzarra elaborazione di prestazione sessuale”, quando il cacciatore avesse fatto ritorno a casa, allo scopo di mantenere ben cementato il legame di coppia. ….

…. E’ gran tempo che l’intera faccenda venga fatta saltare, perché non si tratta soltanto di un mito puro e semplice, ma si tratta di un mito politico. Viene impiegato per convalidare, con pseudo storia e pseudo antropologia, la credenza che sia “contro natura” per le donne partecipare alla vita economica; che “da tempi immemorabili” gli uomini hanno detto “ella non avrà altro cibo e questo ne farà la mia schiava”; e che noi discendiamo da femmine la cui unica funzione era quella di placare il cacciatore e tenerlo felice e badare ai bambini.
Non fu mai realmente così; e, nelle superstiti comunità dedite alla caccia non è così nemmeno adesso. ….

-La Morgan prendendo vari riferimenti a studi compiuti sui gruppi di cacciatori raccoglitori come i boscimani, rileva che le donne e i bambini, che concorrono attivamente a procurare cibo per la tribù, mettono insieme mediamente tra il sessanta e l’ottanta percento del cibo consumato.-

…. Questo dunque è il quadro vero della vita del primate cacciatore. E’ ben lontano dalla leggenda del maschio che si fa scoppiare i tendini, mentre la sua compagna poltrisce su un mucchio di pellicce fino al momento in cui lei e la sua vorace nidiata potranno ingozzarsi con i frutti delle fatiche dell’uomo. Se egli porta l’arma ovunque vada, ella porta con se il frantumatore per macinare i semi tsamma e le noci mangongo, ricche di proteine, che sono il componente principale della loro dieta. ….

…. Ciò nonostante, il mito della femmina primitiva non produttiva persiste. Temo che non riusciremo mai a sradicarlo dalla mentalità umana. ….

…. Una conseguenza di grande rilievo risultò dalle nuove modalità di comportamento della femmina procacciatrice di pane e del suo compagno procacciatore di carne. Essi avevano ora più tempo per pensare, nonché nuovi problemi a cui pensare. ….

-L’attenzione della Morgan ci concentra adesso su di un altro fattore. La nuova economia mista caccia-raccolta permetteva probabilmente agli ominidi di soddisfare le proprie esigenze in un tempo nettamente minore rispetto al passato. Sempre rifacendosi a studi di antropologia di quegli anni, l’autrice mette in evidenza come generalmente i gruppi di cacciatori raccoglitori non lavorino più di due o tre giorni alla settimana.-

…. Se gli ominidi, possiamo ora chiamarli australopitecini, condussero un’esistenza di questo genere, essa rese possibili nuovi progressi verso la condizione umana. Il leone sazio si limita a starsene sdraiato e a dormire al sole, ma un primate, specie un primate giovane, è una creatura più irrequieta e curiosa. Non si sarebbe limitato a restare seduto per tutti i tre o quattro giorni del riposo settimanale. Avrebbe ingannato il tempo, per così dire, gingillandosi con qualcosa, facendo qualcosa. E ciò con l’applicazione e la pratica costanti, lo avrebbe aiutato ad evolversi, passando dall’australopithecus con un piccolo cervello, che scheggiava ciottoli, all’Homo sapiens il vero artigiano.
A questo punto non possiamo biasimare gli androcentrici se deducono,  come fanno Washburn e Lancaster, che “gli utensili del cacciatore comprendono i primissimi begli oggetti costruiti dall’uomo, le bifacce simmetriche, specie quelle della tradizione acheuliana”. Era, in fin dei conti, il maschio ad aver l’incentivo a lavorare pietre riducendole a forme funzionali. Anche la femmina impiegava pietre; ma per macinare grani e noci occorreva, fondamentalmente, soltanto una pietra piatta su cui disporli, e una sorta di pietra rotonda mediante la quale pestarli; e, con un po’ di paziente ricerca nei dintorni immediati, ella riusciva di solito a trovarle già belle e pronte.
L’uomo invece, a questo punto, comincia a emergere come il tecnologo. I problemi posti dalla sua nuova attività gli stanno mettendo a dura prova il cervello: gli occorrono armi che possa vibrare e scagliare. Come osserva Washburn: “Una scure o una lancia da impiegare con rapidità e con forza sono soggette a limitazioni tecniche molto diverse da quelle dei raschiatoi e dei bastoni per scavare, e può darsi benissimo che sia stato il tentativo di costruire armi efficienti, da maneggiare rapidamente, a produrre per la prima volta begli oggetti simmetrici”. In via di ipotesi, punta ancora più oltre, dall’artigianato all’artista: “Ovviamente il successo degli utensili ha esercitato una grande influenza sull’evoluzione del cervello, e ha creato le capacità che rendono possibile l’arte”.
E la donna, ahimè, non fu mai una scagliatrice di lance. Può essere che già qui si possono individuare gli inizi della dicotoma la quale spiega perché non esista alcun equivalente femminile riconosciuto di Leonardo e Rembrandt e Picasso? Sarebbe rattristante il pensarlo.
Cerchiamo di immaginare come impiegasse lei le ore libere. Quando gli ominidi erano in movimento, gli occhi del maschio non facevano che cercare tracce, escrementi, carogne, qualsiasi indizio di una preda o di un predatore; gli occhi di lei erano altrettanto impegnati nella ricerca di bacche desiderabili, foglie, semi, larve o nidi di api selvatiche. Il compito dell’uomo richiedeva coraggio, rapidità, un’arma; il compito della donna richiedeva pazienza e (poiché ella raccoglieva più di quanto le occorresse per sfamarsi), un contenitore. Mezza noce di cocco non è un’ipotesi improbabile. Il guscio di un uovo di struzzo era ancor meglio, in quanto riusciva più facile eliminare la superficie voluta per ottenere un’apertura. Capitavano volte però, sulle pianure, in cui non si trovavano né palme da cocco, né zucche, né uova di struzzo, e la donna quando non aveva niente di meglio da fare, gironzolava spesso nei dintorni cercando qualcosa di concavo e di portatile, e probabilmente di circolare in quanto i recipienti ai quali era assuefatta avevano una forma circolare.

Le sole cose sulle quali i suoi occhi si posavano, e che avevano in qualche modo una conformazione simile a questa, erano le impronte cotte dal sole lasciate dagli ungulati nel fango intorno alle pozze d’acqua.  Ripetutamente, gli occhi di lei avranno trasmesso il messaggio: “Questa è la forma giusta”, ma il cervello di lei lo respingeva perché non si trattava di una forma portatile.
Inevitabilmente un giorno, mentre il maschio stava scheggiando selci, la femmina avrà tentato di scavar fuori dal fango secco una delle impronte intera, e naturalmente essa si frantumò. Altrettanto inevitabilmente, prima o poi, in un lungo pomeriggio estivo, mentre era sazia, la femmina, avendo fallito di nuovo, cominciò a giocherellare con il fango bagnato, a foggiare una noce di cocco artificiale e a lasciarla sotto il sole bruciante che la cuoceva mentre lei andava a cercare la cena.
In termini archeologici, le terraglie vengono molto tempo dopo le armi. Sono di gran lunga meno durevoli della pietra e i primi manufatti dilettanteschi si disintegravano facilmente e non si conservarono mai. Tuttavia, quando ci domandiamo quale fu “il primo bell’oggetto simmetrico” mai foggiato, è molto arbitrario stabilire se si trattò della punta di una lancia dell’uomo o del recipiente della donna. Non che le sia stato mai riconosciuto il merito del recipiente, comunque. Le armi sono un invenzione del “maschio”, del “cacciatore”, mentre le terraglie furono, come ogni scolaretto ben sa, inventate dall’”uomo”.
Si tratta, tutti lo riconoscono, di un termine generico, il quale può indicare anche la compagna dell’uomo; ma non posso fare a meno di ritenere che quasi tutti gli autori, se pure capita mai loro di pensarci, si attengano alla seguente vaga teoria: “Un giorno l’uomo notò, con una risatina furtiva, che la piccola donna si stancava trotterellando avanti e indietro per portare a casa semi una manciata alla volta. Senza dir niente, mise da parte le sue belle armi simmetriche e durante alcune settimane abbandonò i compagni uniti a lui dal legame maschile mentre si dedicava a questo problema, inventando infine il vaso. Ne diede alla donna alcuni prototipi, insieme a un rapido corso d’istruzioni, l’accarezzo sul capo e corse via attraverso la savana per raggiungere il gruppo di caccia”.
Bene, può anche darsi che sia andata così. Nessuno è in grado di dimostrare il contrario; precisamente come nessuno è in grado di dimostrare che alla donna non venne mai in mente di dire: “Giocate tranquilli tra voi oggi bambini, io sono occupata nell’inventare l’arco e la freccia per vostro padre”: Io sostengo soltanto che la seconda di queste panzane non sarebbe in sé più credibile della prima; perché la necessità è la madre dell’inventiva, e poiché i ruoli economici di maschio e femmina divergevano, il recipiente era una necessità per la donna, non per l’uomo.  Nessuno porta a casa la cacciagione entro un vaso.
E quando arriviamo all’homo sapiens preistorico, siamo guidati da qualcosa di più della probabilità. Mentre possiamo soltanto dedurre, per quanto fiduciosamente, che furono i maschi a costruire le armi preistoriche, i fabbricatori di terraglie preistoriche lasciarono le loro impronte digitali sui manufatti; e l’archeologo sovietico P. N. Tret’jakov, tra gli altri, ha fatto rilevare come la forma delle impronte indichi molto chiaramente che le terraglie furono opera di femmine.
L’ultima importante forma di comportamento comunemente descritta come un retaggio dell’era caccia-raccolta del cibo, è la monogamia. O dovrei chiamarla “legame di coppia”? No, non credo che dovrei: Ha un suono splendidamente scientifico, ma in effetti include tutta una serie di errori sulla natura dei rapporti umani.
In primo luogo, quella dell’homo sapiens non è, e non è stata mai, una specie portata al legame di coppia. Pochissime specie lo sono. L’abitudine di scegliere un compagno di sesso e di restargli fedele “finché la morte non ci separi” è adottata soltanto da un tipo di creature selezionate e stranamente assortite che comprendono il corvo, il gibbone, l’oca e una specie di gambero. Questa caratteristica sembra essere l’unica condivisa da tutti. Essi comprendono animali da preda e erbivori;  uccelli, erbivori e crostacei, specie gregarie e specie non gregarie; vivono in regioni diverse del pianeta, in tipi diversi di ambiente, persino in elementi diversi. Sembrerebbe quasi che la madrina fatata in grado di conferire il dono biologico della fedeltà per la vita, abbia scelto a caso, in un cappello, i nomi dei beneficiari. E il cappello non conteneva alcun bigliettino con il nostro nome.
Se avessimo le stesse modalità biologiche di accoppiamento dell’oca, non potrebbero esistere la poligamia, la promiscuità, il celibato, gli harem, i matrimoni di gruppo, il matrimonio di prova, e il divorzio in nessuna comunità umana in nessuna parte del mondo. Dire “la mia ex moglie” non avrebbe più senso della frase “la mia ex sorella”. Il legame di coppia sarebbe, per l’uomo, ineluttabile come la pubertà o la morte, ed egli si unirebbe per la vita alla miglior femmina, libera da impegni, disponibile per lui durante il breve periodo in cui fosse maturo per questo accoppiamento. ….

-Come avviene appunto nelle specie monogame prima rammentate.-

….Quello che noi esseri umani abbiamo non è un legame di coppia, ma una modalità di organizzazione nota agli scienziati come nucleo familiare, vale a dire padre, madre e rampolli.
Siccome questa è una caratteristica tanto familiare delle nostre esistenze, la maggior parte delle persone tende a proiettarla, un po’ troppo indiscriminatamente, sulle vite degli altri esseri viventi. Raccontiamo ai nostri figli fiabe sulla comoda casetta di “Babbo Orso e mamma Orsa e orsacchiotto”, dimentichi del fatto che babbo orso inghiottirebbe certamente l’intero orsacchiotto non appena lo vedesse, se mamma orsa non sottoponesse il piccolo a un severo allenamento in fatto di arrampicate su per un tronco d’albero prima di lasciarlo libero e indipendente. La disposizione tipo Arca di Noè adottata da molti giardini zoologici, quella cioè di appaiare un maschio e una femmina, incoraggia i genitori a dire ai loro figli: “Ecco babbo elefante, mamma elefante, e il bambino elefante”; “Ecco babbo giraffa, mamma giraffa e il bambino giraffa”; “Ecco babbo scimmia, mamma scimmia e il bambino scimmia”, e così via, ad infinitum, come se il nucleo familiare fosse una caratteristica naturale delle vite dei pachidermi, degli ungolati, dei primati, Nella grande maggioranza di questi casi, il ruolo di “papà” è puramente genetico; la sua interazione con una qualsiasi “mammina” individuale tende ad essere casuale e fuggevole, e la sua reazione individuale alla prole è minima o inesistente.
Il gruppo dei primati dal quale deriviamo non fa, in generale eccezione alla regola. ….

…. A un certo punto (comunque), per qualche motivo, noi divergemmo dalle costumanze dei nostri parenti e ci incamminammo sul sentiero che condusse alla fedeltà….

…. Riguardo a quando ciò accadde, le prove disponibili additano il pleistocene, l’apogeo degli ominidi cacciatori e raccoglitori di cibo, l’era che, in ultimo, diede luogo ai veri uomini. Ma il perché ciò accadde non è altrettanto chiaro.
I tarzaniani partono dalla premessa logica che dobbiamo cominciare da qualcosa di ancor più semplice e fondamentale del nucleo familiare formato da babbo-mamma-e-rampolli. Per conseguenza scelgono, come minimo irriducibile,  la coppia un-maschio una-femmina, e tentano di spiegarne l’esistenza. Naturalmente, attribuiscono tutto al sesso e alle necessità del maschio cacciatore. Esso doveva essere certo che la femmina gli restasse fedele mentre si trovava lontano sulla lunga pista, e via dicendo.
Ma, senza dubbio, questa è un’asserzione straordinariamente soggettiva a farsi. Quasi tutti i primati se ne infischiano se le loro compagne restano o meno “fedeli”. I maschi più ferocemente dominanti spesso stanno a guardare senza battere ciglio una delle loro femmine predilette che copula a pochi metri di distanza. ….

…. La verità è che non esiste niente di inerentemente esclusivo, o di inerentemente permanente, nel rapporto sessuale. Non v’è alcuna insita ragione per cui una qualsiasi creatura debba esigere che il rapporto sessuale, più del rapporto grattatina alla schiena, debba dar luogo a una associazione bilaterale duratura. Tra tutti i vari legami che consentono alle società animali di avere una coesione, il legame sessuale è quello che ha le maggiori probabilità di essere effimero. Nei casi in cui non lo è, vi sono sempre altri e più potenti fattori in azione.
Diamo ancora un’occhiata a questa premessa: che il nucleo familiare abbia origine dalla coppia maschio-femmina.  Se state pensando in termini di confetti e campane nuziali, questa è una delle verità che possiamo considerare senz’altro lapalissiana. Ma se state pensando in termini di evoluzione, allora, lungi dall’essere lapalissiana, è una vistosa assurdità.
Il minimo irriducibile che precedette il nucleo familiare di parecchi milioni d’anni non fu affatto il gruppo “babbo-mamma”. Fu il gruppo mamma-e-rampolli. ….

-La Morgan, citando vari studi di etologia rileva che in quasi tutte le specie di primati si riscontra un forte legame madre-figli, che spesso si protrae fino all’età adulta di questi ultimi.-

…. Mentre l’organizzazione della famiglia dei primati rimaneva incentrata sulla madre, i maschi avevano un ruolo importante come capi e difensori del gruppo e del suo territorio; erano importanti come mentori e modelli per i gruppi di giovani maschi che crescevano;  e la loro vita sessuale era promiscua e soddisfacente.  Non sarebbe mai passato per la mente di una qualsiasi di queste libere e splendide creature di legarsi definitivamente a una singola femmina e alla progenie che essa avesse regolarmente generato e della quale si fosse circondata. Eppure, in ultimo, è proprio quello che fecero: dobbiamo domandarci il perché.
Vi sono molte specie nelle quali il maschio ha un ruolo più che genetico, e molto spesso non riusciamo a tracciare una netta linea intorno ai fattori che impongono questa linea di comportamento.  Alcune determinanti, tuttavia, si possono osservare facilmente.
Si tratta sempre di specie nelle quali i piccoli non sono in grado di provvedere a se stessi, come i neonati umani, gli uccellini implumi e i cuccioli del lupo. Ma questo non basta; infatti molte piccole scimmie e i piccoli canguri sono a loro volta indifesi, ma non destano alcun sentimento paterno.
Si tratta sempre di specie nelle quali i piccoli vengono allattati in un solo luogo, una sorta di nido, di tana, o di sporgenza rocciosa, al quale la madre deve tornare. Questo sembra essere un fattore vitale. Non riesco a trovare nessuna eccezione.  Invero, Robert  Ardrey fa un ragionamento molto persuasivo per dimostrare che l’attaccamento al luogo, è, in realtà, l’istinto fondamentale in questi casi, mentre la devozione alla  femmina(e a volte ai piccoli) che vi dimorano temporaneamente sarebbe un semplice corollario.
Eppure anche questo non basta, poiché i piccoli dei gatti, degli orsi e dei roditori sono anch’essi indifesi in un nascondiglio, eppure babbo gatto, babbo orso e babbo coniglio si attengono alle loro noncuranti abitudini di scapoli.
Sembrerebbe che il padre entri in scena soltanto come ultima risorsa, quando, per una ragione o per l’altra, il compito di badare ai piccoli è troppo impegnativo perché possa assolverlo la madre da sola. E’ questo il caso di molti uccelli, i cui piccoli devono svilupparsi completamente in una sola breve stagione;  essi hanno un appetito talmente vorace che occorrono le fatiche di entrambi i genitori, in ogni ora concessa da Dio, per riempire i loro becchi spalancati. E’ il caso del castoro, perché il focolare, la casa e la sicurezza della stanza dei bambini dipendono dal suo servizio di riparazioni disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, per otturare con un preavviso di cinque minuti, qualsiasi falla si apra nella diga. E’ il caso di alcune specie artiche, le quali vivono in un ambiente così ferocemente ostile che senza un sistema di turni, i genitori non riuscirebbero mai a far schiudere un uovo, e tanto meno ad allevare il pulcino, senza morire, nel corso del tentativo, di freddo e di fame. In circostanze come queste, il padre si dimostra splendidamente all’altezza dell’occasione: è una torre di forza. Mentre invece, dove la vita è facile, tende a copulare e poi andarsene fischiettando altrove, tutto quello che accade in seguito è strettamente di pertinenza della femmina.
Quanti di questi fattori erano validi per l’uomo primitivo? I suoi piccoli nascevano indifesi, ma soltanto marginalmente più indifesi di quelli di un gorilla. Tuttavia, man mano che il loro cervello diventava più complesso e avevano bisogno di un cranio più grande, dovevano nascere in uno stadio sempre più “prematuro”, altrimenti non sarebbero mai passati attraverso l’anello pelvico; per conseguenza, il periodo durante il quale rimanevano indifesi diveniva molto più lungo; e poiché le loro madri non avevano una pelliccia a cui potersi avvinghiare, erano più ingombranti a portarsi.
In secondo luogo, la tana. Man mano che l’economia di caccia e di raccolta diveniva la norma, sia maschi che femmine venivano a trovarsi spesso in possesso di più cibo di quanto ne occorresse loro per nutrirsi sul momento.  Dovevano avere qualche  posto in cui portarlo e accumularlo, e, in uno stadio successivo, qualche posto in cui cucinarlo. Nei primati subumani era già una caratteristica della famiglia incentrata sulla madre il fatto che la madre stessa dividesse il cibo con i piccoli: questo accade tra gli scimpanzé .  Nelle rare occasioni in cui uno scimpanzé riesce a catturare un animale e a procurarsi un po’ di carne, la divide con i vicini; ma la madre divide il cibo di qualsiasi genere con i suoi piccoli, se essi lo chiedono.
Così, man mano che la femmina ominide diventava più abile nel procurarsi il cibo e più ingegnosa nel prepararlo, i piccoli imparavano che, se avevano fame e non c’era niente di saporito in vista, potevano sempre rivolgersi a mammà per avere una razione. Si recavano nel luogo ove ella teneva i recipienti e la pietra per macinare; si recavano, in effetti, a casa. E se trovavano qualcosa di entusiasmante, ma non di immediatamente edibile, come una tartaruga, lo portavano a casa, e lei se ne occupava.
Ricordate, è questo un rapporto che anche nelle scimmie dura otto anni e più. Qualsiasi ominide che avesse trascorso il primo decennio della sua esistenza tornando a casa da una donna per consumare i pasti ci si sarebbe abituato. Avrebbe cominciato a mettersi in mente l’idea che questa era una delle cose a cui servivano le femmine e, una volta morta sua madre, o un a volta indebolitisi finalmente il legame incentrato sulla madre, egli si sarebbe automaticamente guardato attorno in cerca di un’altra femmina. ….

…. Si irritava tremendamente se trovava altri maschi adulti tra i piedi della stessa femmina e intenti a servirsi. Il sesso era un conto, si poteva averne in abbondanza dappertutto e la sua razione non sarebbe diminuita se qualcun altro fosse arrivato per primo, ma il cibo era tutto un altro paio di maniche. I frutti di due o tre ore di raccolta e macinazione potevano essere fatti scomparire in dieci minuti da un intruso affamato, e il cibo, una volta consumato, non esisteva più. Di lì a non molto, egli ritenne opportuno prendere posizione anche per quanto concerneva il problema del sesso; perché da quando il sesso era diventato meno sessuale e aveva incluso l’amore, la donna tendeva a guardare con occhi teneri e quasi materni chiunque la coccolasse e la trattasse con tenerezza, e consentiva a costoro, senza sollevare obiezioni, di fare piazza pulita dei dolcetti ai semi di mellone.
Questo lo infuriava. A volte l’uomo si impegnava tanto nell’impedirlo e nell’affermare il proprio diritto alla priorità nei rapporti sessuali con la donna, che gli rimaneva poco tempo o nessuno per andare in giro ed essere promiscuo per suo conto. “Questa è la mia donna” diceva a se stesso. “E questo è il mio posto. E queste terraglie che la donna ha fatto sono mie. E questi piccoli che la donna ha fatto, sebbene non avesse la più pallida idea di avere contribuito a crearli, questi sono i miei figli”.Si era avviato bene verso il gruppo familiare incentrato sulla madre, e aveva percorso molta strada per diventare un “papà”.
Ma il vero uomo, l’homo sapiens vero e proprio, è figlio del pleistocene. In quei millenni turbolenti durante i quali gli ominidi vagabondarono sulla superficie della Terra, durante i quali l’emisfero settentrionale oscillò tra ere di ghiacci e ere di vegetazione, e l’emisfero meridionale tra carestie polverose e piogge torrenziali, in quei millenni entrò in gioco il terzo fattore. Se il nucleo familiare non avesse acquisito un padre nel frattempo, sarebbe stato necessario inventarlo. Più e più volte la famiglia umana dovette passare attraverso crisi climatiche durante le quali quasi ogni bambino vivente ebbe un padre la cui dedizione al gruppo familiare era incrollabile, non perché vi sia nel cuore umano qualche riserva di nobiltà che le avversità invariabilmente ridestano, ma semplicemente perché un bambino con un padre diverso sarebbe morto.
L’era dell’Uomo Cacciatore fu innegabilmente cruciale, ma io ritengo che sia stata fraintesa sotto molti aspetti. ….

…. Io credo insieme ai tarzaniani, che questa fu l’era nella quale il nucleo familiare cominciò ad evolversi. Ma credo che la sua evoluzione non dipese tanto dal sesso, quanto dall’economia. Credo che questa evoluzione abbia avuto assai meno tempo per avviarsi di quanto spesso si presume, e ritengo che, in termini biologici, siamo adattati ad essa assai imperfettamente.
Se decidiamo che il matrimonio è un sistema meritevole di essere conservato, e c’è qualcosa da dire a favore di questo punto di vista, sebbene attualmente gli iconoclasti siano spesso più eloquenti dei tradizionalisti, non gioverà affatto presumere che in questa impresa Madre Natura sia presente per agire in vece nostra a qualche livello subliminale e che le occorra soltanto un po’ più di aiuto nel dipartimento di atletica da camera da letto per fare in modo che tutto vada a gonfie vele. La natura agisce per il gibbone, per il castoro e per il gamberetto, ma non per noi. ….

-La Morgan osserva che nei mammiferi in cui si realizza un rapporto di coppia rigidamente monogamo, come il castoro, il gibbone o il callicebus, non c’è nessuna traccia di predominio maschile sulla femmina, ed anzi in queste specie la femmina tende ad essere persino più grande e aggressiva del maschio.-

…. Può essere naturalmente una pura coincidenza il fatto che la monogamia nel mondo dei mammiferi risulti così spesso coincidere, per così dire, con una certa misura di liberazione delle femmine. Può darsi che l’abitudine della monogamia abbia eroso ogni dominio maschile esistito un tempo. Può darsi che l’abitudine del dominio maschile si sia evoluta principalmente per regolare le interazioni tra maschi, e  il maschio che dimora in permanenza in seno alla famiglia non ne ha alcun bisogno e in ultimo lo mette da parte. Oppure, ancora, può essere che sia venuta prima una certa misura di uguaglianza sessuale, e che ciò sia stato il necessario preludio a legami di coppia davvero riusciti nelle specie di mammiferi.
Se così stanno le cose, abbiamo molta strada da percorrere, perché l’interesse del maschio umano per il dominio è sopravvissuto a tutte le sue vicissitudini evolutive nel mare e sulla terra. Esso è forte in lui oggi come lo era nei suoi antenati, quando ululavano sulle chiome degli alberi, e ci occorrerà un intero capitolo soltanto per intaccarne la superficie.

Pubblicato in Scienze | Contrassegnato , | Lascia un commento

Elaine Morgan “L’origine della donna” Cap 8 L’inversione di marcia

Quello che segue è un estratto del capitolo, i puntini indicano testo mancante, le parole in corsivo sono mie aggiunte.

Cap 8 L’inversione di marcia.

Finalmente la pioggia venne. Nel corso di un lungo periodo, che gli archeologi non sono mai riusciti a misurare, il pliocene si fuse nel pleistocene.
I deserti rinverdirono e la cacciagione si moltiplicò e i fiumi inariditi che, simili a rivoletti, avevano continuato a scorrere su letti sassosi fino al litorale dell’ominide, divennero di nuovo ampi e lisci. L’acqua che contenevano era dolce a bersi;  cespugli e alberi crebbero lungo le loro rive. C’erano  frutti sugli alberi e pesci nei fiumi. Le scimmie nude trovarono i fiumi piacevolissimi e li risalirono, inoltrandosi sempre e sempre più nell’interno.
Non avevano più paura dell’interno.  La vita non era più così feroce adesso che cibo ed acqua abbondavano. E  inoltre esse erano probabilmente più grosse di quando avevano abbandonato la terra (le creature che tornano al mare diventano invariabilmente più grosse) e si sentivano più fiduciose. Avevano ragione di esserlo. Si erano abituate a nutrirsi in pratica di qualsiasi cosa; disponevano di utensili e armi; ed erano padrone di due elementi, il che costituiva un grande vantaggio.
Barriere geografiche insormontabili per i gorilla e gli scimpanzé, non rappresentavano per esse un ostacolo ormai. ….

….. Ma dovunque l’ominide approdasse su nuovi lidi, si trovava ora di fronte a nuove difficoltà. I mammiferi terrestri, constatò, erano più veloci e più feroci dei mammiferi marini; tuttavia egli doveva affrontarli, perché essendo ormai cessata la lunga ondata di caldo, accadeva spesso che i venti imperversassero gelidi contro la sua nuda pelle, e gli occorrevano le pellicce degli animali, oltre alle loro carni.
Fortunatamente era all’altezza della sfida. Un grande cambiamento ambientale, dalla terra al mare, aveva impresso uno scossone enorme alla intera sua biologia, introducendo nuovi problemi, nuove tensioni, rimodellando il suo corpo, foggiando di bel nuovo i suoi metodi per percepire il proprio ambiente e i propri simili, mantenendone sveglia e malleabile la mente. Un secondo cambiamento del genere entro i limiti di un breve periodo evolutivo, il ritorna alla terra, rinnovò lo scossone prima che l’ominide avesse avuto il tempo di diventare troppo specializzato e di adagiarsi in quel genere di solco evolutivo che inghiotte una specie troppo perfettamente adattata a una singola nicchia.
Avrete forse notato che il pronome è passato da “essa” a “esso”. Questo perché ci stiamo avvicinando al periodo in cui il comportamento del maschio comincia a cambiare più rapidamente del comportamento della femmina. L’ominide incomincia a pensare di specializzarsi nella caccia: Tarzan, finalmente, è in attesa tra le quinte.
Prima che si faccia avanti sulla scena, dedichiamo ancora un capitolo al riesame dell’oceano e della sua influenza.
Il tema del presente libro è consistito nel sostenere che un numero sorprendentemente grande delle differenze tra noi e i nostri più prossimi parenti zoologici può essere spiegato postulando come, dopo esserci inizialmente evoluti quali mammiferi terrestri, tornammo al mare e diventammo acquatici. Non è pretendere troppo chiedere a qualsiasi zoologo di credere a tale mossa, perché essa è stata compiuta più e più volte nella storia del mondo. Ma la teoria postula inoltre che, dopo aver percorso parecchia strada per diventare una creatura acquatica, la nostra specie esegui, per così dire, una spettacolare inversione di marcia, usci nuovamente dall’acqua e tornò definitivamente alla terra. ….

…. Devono essere esistite specie più primitive dei primati che trovarono la terra sempre più inospitale e scelsero la via di scampo nell’acqua. Ve ne fu mai una  tornata alle sua antiche dimore quando la terra ricominciò a sorridere? E’ sempre più facile credere a una cosa accaduta due volte. ….

-La Morgan analizza per alcune pagine il problema e propone come esempio di animale parzialmente adattato alla vita acquatica e poi tornato alla terra, l’elefante. Esso rappresenterebbe in un certo senso un “precedente” di inversione di marcia.-

…. E ora torniamo all’Homo sapiens. Anche in noi esistono tuttora decine e decine di caratteristiche non chiarite. Alcune sono troppo insignificanti per aver richiamato attenzione; altre sono così fondamentali che di rado ci rendiamo conto della loro anormalità.
Perché ad esempio esistono così poche femmine che si comportano come voyeurs? Perché non si vedono mai  torpedoni  noleggiati appositamente, carichi di donne emancipate che si precipitano nella grande città per assistere a una serata di spogliarelli? Le copertine delle riviste destinate agli uomini presentano spesso il ritratto plasticato di una bella ragazza nuda. Ciò non significa che i lettori siano vecchi sudicioni; è del tutto giusto e naturale che un uomo sia piacevolmente stimolato dalla vista di una figura nuda del sesso opposto.
Ma cosa presentano il più delle volte, le copertine delle riviste femminili? Ma sì, un’altra bella ragazza! Il più delle volte si tratta della testa e non del corpo, e quasi sempre essa è vestita e non nuda, ma gli editori non fanno il loro mestiere soltanto per divertirsi, e se i nudi maschili facessero vendere alle donne più copie delle fotografie di donne con graziosi vestiti, si affretterebbero a stampare uomini nudi. Invece non lo fanno. Perché mai? E perché si ritiene del tutto ragionevole spiegare l’orrore che hanno le femmine dei serpenti dicendo che trattasi di simboli fallici?
Se ci pensate su la cosa è molto strana. Per molte femmine di primati non umani, il fallo è un bellissimo spettacolo. Il mandrillo, ad esempio, Siede ben dritto ed esibisce alla femmina un pene eretto, sempre di un rosso vivido sottolineato da chiazza scrotali di un azzurro brillante, ed essa trova affascinante quella vista. …

-La Morgan osserva anche che tra gli animali, chi fa sfoggio di colori brillanti o folte criniere, chi si “esibisce” è sempre il maschio, La femmina osserva e sceglie. Solo nella nostra specie ci si aspetta che sia la femmina quella cui spetta di essere contemplata e quella che debba avere un ruolo più passivo nella scelta.-

…. Nonostante milioni di anni di disinganni, l’uomo non ha perduto il proprio convincimento di possedere, come il mandrillo, una appendice sessuale irresistibilmente bella, anche senza i colori primari. La ammira egli stesso, se è abbastanza grossa, la ammirano anche i suoi compagni negli spogliatoi.  Ma un piccolo dubbio si è insinuato nella sua mente. ….

…. Una valutazione estetica assolutamente schietta della donna media, per quanto piacere tattile essa possa derivare dall’organo, sarebbe probabilmente: “be’, diciamo la verità, non è molto grazioso.”

-La Morgan cerca di capire se la reazione di disgusto o di fastidio che molte donne provano alla vista del pene maschile sia solo culturale o affondi le sue radici in qualcosa di molto più antico e innato. Cita a questo proposito gli studi fatti sui movimenti involontari degli occhi e le reazioni di dilatazione e restringimento delle pupille.-

…. Se mostrate a una donna la fotografia di un maschio nudo, anche le sue pupille si dilatano, specie se è giovane e bello. Ma se fate intervenire un altro strumento costruito per determinare dove si sofferma il suo sguardo, potete constatare che la donna, quando le si mostra la fotografia di un uomo, guarda a lungo la testa, il volto, il busto e le braccia, oltre all’addome, mentre l’uomo, osservando l’immagine di una donna, spesso non di dà la pena di guardare al di sopra del collo. In qualche punto essi partono ovviamente da premesse diverse.
Così, se il giudizio finale di lei sulla metà inferiore di un maschio, veduto di fronte e rampante, è che si tratta di uno spettacolo interessante, ma non attraente, e senza dubbio non di uno spettacolo che la indurrebbe a nascondersi  o a pagare per contemplarlo, non possiamo accantonare ciò come una reazione culturale. E’ possibile che, a differenza del mandrillo, la donna sia passata attraverso un protratto stadio evolutivo nel quale le associazioni di una visione del genere erano più sconvolgenti che piacevoli. ….

-La Morgan prende poi in considerazione due fobie, quella dei ragni  e quella dei serpenti, che potrebbero avere una radice “innata”-

…. Già che siamo in argomento, vediamo di approfondire la faccenda del ragno e del serpente che destano in noi tanti atavici timori. La vista di una tarantola può far restringere le nostre pupille più di qualsiasi altra cosa. Non è una spiegazione sufficiente dire che alcune specie di ragni sono velenose. I ragni che mordono persone sono infinitamente più rari degli insetti pronti a fare la stessa cosa, ma sebbene noi osserviamo le api con cautela e rispetto, non molte persone reagiscono ad esse con orrore.
Desmond Morris rileva una accentuata differenza dipendente dal sesso nella reazione ai ragni, e decide che essi debbono essere un ennesimo simbolo. ….

-legato alla pubertà e allo sviluppo sessuale-

…. Penso che la donna reagisca alla forma e al movimento: e penso che l’avversione ai ragni venne a determinarsi, come altre reazioni oculari, sulle spiagge di quel litorale ancestrale, quando, si può dire, la sola creatura abbastanza agile e impavida per rappresentare un pericolo per la scimmia e il suo piccolo indifeso era quell’altro artropode dal corpo schiacciato e dalla lunghe zampe, il granchio, ed è del tutto prevedibile che essa si preoccupi di più a causa degli artropodi quando arriva all’età nella quale può generare bambini impossibilitati a fuggire. ….

…. La nostra fobia dei serpenti è stata spiegata di solito come qualcosa che abbiamo portato con noi giù dagli alberi, perché se si mostra un serpente ad un scimpanzé in un giradino zoologico, esso viene preso dal panico.
Non sono troppo sicura però che il suo orrore abbia la stessa, identica, natura del nostro. ….

…. Forse è soltanto una coincidenza il fatto che le altre minacce importanti per gli ominidi nelle loro acqua basse abbiano assunto precisamente questa forma. Ciò varrebbe non soltanto per i serpenti di mare, molti dei quali sono estremamente velenosi e di gran lunga più aggressivi dei loro parenti terrestri, ma anche per le murene, che si fissano sotto gli scogli dove l’ominide si tuffava. I loro muscoli sono molto più forti dei suoi e i loro denti non mollano mai la presa; se una di esse mordeva sott’acqua un dito della mano o un piede dell’ominide e quest’ultimo non disponeva di una selce abbastanza affilata per segar via o il proprio dito, o la testa della murena, senza dubbio non riemergeva mai più a respirare.
D’accordo, sembra una teoria stiracchiata. Ma inchieste statistiche hanno accertato che il serpente è, con un margine enorme, l’animale più odiato dalle persone (il ragno viene al secondo posto), e la cosa più strana al riguardo è che quando si amplia il questionario allo scopo di stabilire quale aspetto della creatura desti tanto disgusto, la grande maggioranza degli odiatori di serpenti spiega con molta prontezza di non poter sopportare il rettile “perché è viscido”, Orbene, la murena è molto viscida, ma la pelle dei serpenti è asciutta quanto un pezzo di corda sotto al sole. Il viscido serpente che popola i nostri incubi non esiste in nessun luogo del mondo di Dio, tranne le acqua morte della memoria razziale dell’Homo sapiens.
Tutto ciò naturalmente è molto teorico, anche se non più teorico di altri tentativi di spiegare lo stesso fenomeno. Ma se c’è qualcosa di vero in tutto ciò, è importantissimo per noi valutare nel modo giusto queste cose nella mente.
La maggior parte delle persone che hanno scritto del sesso, e in particolare degli atteggiamenti delle donne nei confronti del sesso, sono state propense a presumere che debba esistere una predisposizione biologica straordinariamente forte e inequivocabile ad accostarsi ai rapporti sessuali con gioia e desiderio, e che ogni esitazione o apprensione debba essere il risultato di una pudicizia eccessiva e di inibizioni artificiali; e che, per conseguenza, queste ultime debbano essere combattute con il rimprovero e la derisione. Oppure che siano il risultato di perversioni, o dell’aver veduto qualcosa di disgustoso nella legnaia, al che la reazione opportuna sarebbe: “tu sei malata”.
E’ possibilissimo, come nel caso della paura dell’innocua biscia, che la verità sia tutto l’opposto: che esista una predisposizione innata all’ansia, la quale può essere sormontata con la ragione e l’esperienza, e con assicurazioni, da parte della tribù, che trattasi di una Buona Cosa; l’ansia però può essere potentemente rafforzata da qualsiasi incontro allarmante. E’ il timore ad essere sottocorticale; ed è la mente conscia che impara a non tenerne conto come una manifestazione atavica e disadattata, simile alla paura dei temporali. Quasi tutte le donne, in un momento o nell’altro, si sono indignate, e a buon diritto, a causa delle sensazioni di ripugnanza degli uomini nei loro confronti, del loro “orrore” per l’impurità della mestruazione, della costumanza di andare in chiesa dopo il parto, e di tutte le altre barbare assurdità. Ma anche agli uomini è toccata la loro parte ed essi sono stati definiti sudici e bestiali; vi sono pagliuzze nei nostri occhi come nei loro, Sarà un gran buona cosa quando noi tutti riusciremo a liberarcene. E sarà una cosa altrettanto buona se non ci aspetteremo reciprocamente miracoli sotto questo aspetto; se noi tollereremo negli uomini, e loro tollereranno in noi, il fatto che taluni elementi di questo reciproco disgusto hanno radici che affondano indietro nel tempo non, come pensava Freud, di vent’anni, fino all’infanzia dell’individuo, ma di quindici milioni di anni, fino all’infanzia della specie.

Pubblicato in Scienze | Contrassegnato , | Lascia un commento

Elaine Morgan “L’origine della donna” Cap 7. La parola

Quello che segue è un estratto del capitolo. I puntini indicano testo mancante, le righe in corsivo sono mie aggiunte.
Questo a mio giudizio è uno dei capitoli più coinvolgenti e convincenti. Il racconto della prima parola pronunciata dalla piccola ominide possiede una “potenza” evocativa non comune.

La nostra specie è stata definita, in vari periodi, come la scimmia bipede, la scimmia carnivora, la scimmia nuda, la scimmia cacciatrice e la scimmia costruttrice di utensili; ma lo sviluppo che più di ogni altro la incamminò sulla strada destinata a farla diventare homo sapiens, l’uomo intelligente, consistette nel fatto che divenne una scimmia parlante.
Questo è il grande balzo in avanti che ci situò a una distanza immensa da tutti gli altri primati. Al principio fu il Verbo. E uno dei punti interrogativi più sconcertanti sospesi sull’evoluzione umana è come, quando e perché acquisimmo la parola. ….

…. Molti ritengono che si tratti di un progresso molto recente. J. B. S. Haldane, nel 1955, ragionò nel senso che il “linguaggio descrittivo” venne probabilmente soltanto con la “rivoluzione tecnica del paleolitico superiore”.
Questo tuttavia si riferisce non già alla vera origine del linguaggio, ma alla sua elaborazione in modalità espressive più sottili e più feconde. ….

…. K.P. Oakley propone una teoria interessante riguardo alla ragione per cui decidemmo, in primo luogo, di ricorrere alle nostre corde vocali. Secondo la sua congettura “i primi mezzi dell’uomo per comunicare idee consistettero in gesticolazioni con le mani” e forse “una crescente occupazione delle mani per costruire e impiegare utensili avrebbe potuto portare al cambiamento dalla gesticolazione all’espressione orale come mezzo di comunicazione”. Questa ipotesi è ingegnosa. Ma io non sono sicura che l’uomo sia mai stato un tale stakanovista da ritenere necessario non interrompere il lavoro, quando aveva qualcosa di urgente da comunicare per comunicarlo. Le primissime comunicazioni, in ogni caso, dovettero quasi certamente avere un contenuto emotivo, intese ad esprimere ira, ammonimento, minaccia,pacificazione o desiderio sessuale, ed è improbabile che, spronato da una qualsiasi di tali passioni, l’uomo avrebbe continuato a scheggiare selci limitandosi a manifestare verbalmente le proprie emozioni.
I tarzaniani, come sempre, hanno l’aria di presumere che non esista in questo caso alcuna vera difficoltà. L’uomo divenne cacciatore, non è vero? E questo spiega tutto. Desmond Morris: “socialmente, la scimmia antropomorfa cacciatrice dovette intensificare lo stimolo di comunicare e di collaborare con le sue simili. Espressioni facciali e vocalizzazioni dovevano diventare più complesse.” ….

…..In effetti se dobbiamo giudicare dalle spedizioni di caccia delle primitive tribù africane d’oggi, sarebbero stati molto preziosi precisamente i segnali visivi, perché il successo dipende in vasta misura dalla sorpresa. Il cacciatore fortunato è quello che non calpesta mai un ramoscello, che si avvicina sottovento e che sa serbare un silenzio assoluto per lunghi periodi, tenendo la bocca aperta per ridurre l’udibilità del suo respiro. ….

…. No. Un gruppo di caccia poteva aver bisogno, come i lupi, di una molteplicità di segnali di comunicazione, ma questo non spiega perché gli ominidi, più che i lupi, dovessero optare per le comunicazioni orali anziché per quelle visive, tanto più in quanto, per l’ominide, il quale doveva far conto più sulla furtività che sulla velocità, la vocalizzazione implicava svantaggi così manifesti.
E’ vero, i lupi in caccia possono vocalizzare allo scopo di terrorizzare la loro preda, e l’ominide può aver avuto a volte necessità di gridare per stanare la cacciagione. Ma la scimmia antropomorfa sa già gridare; e né un grido di incitamento, né un grido di guerra ci avrebbero necessariamente portati più vicino ad un nome o a un verbo.
Come fece osservare Peter Marler nel 1965 “La capacità di produrre nuovi suoni non è ignota negli animali, e sembra ragionevole supporre che avrebbe potuto svilupparsi nei primati non umani se la selezione naturale l’avesse favorita. Il problema più importante, pertanto non è quello di spiegare come cominciò l’apprendimento vocale, in termini di meccanismi neurofisiologici, ma perché tale apprendimento venne prima favorito dalla selezione naturale”. E questo continua ancor oggi ad essere il problema di maggior rilievo.
Vediamo di cominciare dall’inizio. Di quali modi per comunicare disponevano i primati prima che uno di essi imparasse a parlare? C’erano l’odorato e il tatto, il suono, la vista. Il tatto non è troppo pertinente in questo caso. Alcuni dei messaggi comunicati principalmente mediante il tatto sono stati esaminati nell’ultimo capitolo, e di solito, sia che stiamo pensando ad un bacio sulle labbra, o a un pugno sulla mascella, essi hanno un carattere lievemente ineffabile che ancora non abbiamo imparato a sostituire con fonemi.
L’odorato è, per la maggior parte del regno animale, una delle più fondamentali, più indispensabili e più universali forme di comunicazione. Fu una delle prime ad evolversi. Anche un organismo unicellulare primitivo, come le muffe della melma, può ricevere impulsi chimici da altri organismi della sua specie….

…. L’Homo sapiens ha una spiccata tendenza a sottovalutarne la sottigliezza e l’efficienza perché noi tutti soffriamo a causa di un grosso handicap fisico: i nostri organi dell’odorato ci sono utili press’a poco quanto gli occhi alla talpa…..

….. Il senso dell’odorato di un cane non è dieci volte, né cento volte e nemmeno mille volte, ma quasi un milione di volte superiore a quello del suo padrone. ….

…..Una ragione risiede nel fatto che restammo troppo a lungo sugli alberi. Gli odori sono soprattutto interessanti e variati al livello del suolo, e la terra, specie quando è umida, è un agente ottimo nel conservarli. Un cane può trotterellare fuori del cancello del suo giardino e percepire immediatamente numerosi eventi svoltisi nelle ultime ore, chi è passato, se uomo, donna, gatto, cane o cavallo, da che parte si è diretto e quanto tempo prima. E’ in grado di dire se il cane era amichevole o ostile, maschio o femmina, cucciolo o adulto, grosso o piccolo, sessualmente ricettivo o meno, bellicoso o pavido.
Le specie che vivono sugli alberi o nell’aria non sono affatto così abili, per ragioni ovvie. L’uccello in volo non può essere in grado di dirci chi ha volato attraverso un certo tratto di cielo prima di lui perché le particelle chimiche negli alti starti dell’aria non rimangono sul posto abbastanza a lungo, Analogamente, un ramo cotto dal sole non trattiene gli odori bene come la terra; e anche se li trattenesse sarebbe difficile rintracciare un gibbone, ad esempio, lungo i suoi vasti balzi da un albero all’altro, mediante una traccia odorifera.
Così uccelli e primati barattarono questa parte del loro retaggio contro una vista più acuta. I lobi olfattivi del cervello si rimpicciolirono e la vista divenne relativamente più importante per loro. …..

…. E come ha fatto rilevare Haldane, ecco perché, inoltre, sebbene gli uccelli siano zoo logicamente così lontani da noi, sentiamo di capire il loro comportamento gregario e le modalità di corteggiamento: si basano, come le nostre, su segnali auditivi e visivi che noi riusciamo a percepire, mentre il comportamento dei mammiferi si svolge mediante segnali odoriferi, in un linguaggio al quale noi restiamo in vasta misura sordi e ciechi.
Ma dobbiamo stare molto attenti a non portare troppo oltre questo ragionamento. Una scimmia non è affatto inefficiente quanto noi nel campo olfattivo, né lo erano le nostre antenate quando abbandonarono gli alberi. Alcune scimmie dell’America del Sud continuano a delimitare i loro territori mediante l’odore con la stessa assiduità dei castori. E se i tanzaniani avessero avuto ragione e  la nostra prima mossa fosse stata quella di portarci sulle pianure, ci saremmo dovuti aspettare che gli organi dell’odorato divenissero più importanti, e non meno importanti, per noi. Anche gli uccelli che tornano a vivere al livello del suolo, come le anatre, riattivano il loro senso dell’odorato riportandolo ad un’efficienza del tutto utile.
I primati conservarono il senso dell’odorato, non essenzialmente quale mezzo per percepire il loro ambiente (i loro occhi erano più efficienti a tale scopo), ma come un mezzo per comunicare, tra le altre cose, gli stati d’animo. ….

– La Morgan citando vari esempi tratti dal mondo animale arriva alla conclusione che i primati hanno un altro potente mezzo di comunicazione che sono le espressioni facciali e l’atteggiamento del corpo –

…. Orbene, tutto ciò viene a costituire un sistema di comunicazione nell’ambito della specie di qualità estremamente elevata, una combinazione sensibile e flessibile di segnali olfattivi, vocali e visivi infinitamente più sottile e adattabile di quella del lupo. Se e quando la scimmia ancestrale divenne una predatrice, senza dubbio questo sistema sarebbe stato all’altezza di qualsiasi probabile necessità.
Ciò nonostante, supponiamo di  presumere che le esigenze della vita di caccia richiedessero che il sistema fosse portato a un livello ancora più alto di raffinatezza. Ammettiamo per un momento che possa essere stato utile per l’ominide disporre di un segnale il cui significato fosse “antilope”.
Quale di questi tre canali di comunicazione sarebbe stato utilizzato da un antropoide in caccia per comunicare il segnale “antilope”? Ovviamente non si sarebbe trattato di quello olfattivo. I segnali mediante odori non vengono trasmessi volontariamente, sono reazioni fisiologiche involontarie a stimoli ormonali o emotivi.
Non sarebbe stato nemmeno un segnale vocale. La ragione è esattamente la stessa. In quasi tutti i mammiferi, compresi i primati non umani, i segnali vocali sono completamente involontari come quelli odoriferi.
Potete addestrare il vostro cane a un punto tale per cui, reagendo a un ordine espresso in tono tranquillo e neutro, “Seduto” o “Vieni”, o “Fermo”, o “Sdraiati”, il cane si mette a sedere, si avvicina, si ferma, si sdraia. Ma per quanto voi possiate essere pazienti, e per quanto intelligente possa essere il vostro cane, non lo addestrerete a un punto tale che, reagendo a un ordine espresso in tono tranquillo e neutro, “Abbaia” o “Uggiola” o “Ringhia”, riesca a distinguere tra questi ordini e ad eseguirli. Non è in suo potere fare a comando tali cose. Potete indurlo ad abbaiare fingendovi eccitati voi stessi, o procedendolo e incamminandovi verso la porta di casa, ma questo significa soltanto che avete determinato uno stato emotivo del quale i latrati sono una concomitante involontaria….

….. Mentre i suoni emessi dai primati sono più vari di quelli del cane, non per questo risulteranno meno involontari. Tutti gli sperimentatori che si sono impegnati con tante fatiche in tentativi di insegnare alle scimmie a parlare, hanno lavorato a vuoto né più né meno come se fossero stati marziani i quali avessero tentato di insegnare agli uomini a dilatare le pupille, o ad arrossire, o ad avere un’erezione reagendo a una parola di comando. Per quanto potessero perfezionare il sistema dei compensi e dei castighi, si troverebbero di fronte a un compito impossibile. …..

-La Morgan cita tra le altre cose, l’esperienza di due psicologi americani K. J. e Caroline Hayes che hanno impiegato sei anni per insegnare alla loro scimpanzé Viki, quattro parole, mentre molti scimpanzé imparano in modo relativamente facile il linguaggio dei segni.-

….. A me sembra certo che se un primate arboricolo fosse passato dagli alberi alla savana e avesse avuto molto bisogno di un segnale per dire “antilope”, si sarebbe servito del sistema di comunicazione tradizionale dei primati, il segnale visivo. Sarebbe stato come Washoe; sarebbe stato come un cacciatore inglese con una guida chinook che voglia scovare un alce a apra le mani imitando la disposizione ramificata della corna. Avrebbe mimato un’antilope; così come le danze cerimoniali delle tribù primitive mimano tuttora i movimenti delle prede e dei loro predatori. …..

…. Senza dubbio non si sarebbe mai incamminato lungo il faticoso sentiero di Viki per far sì che i propri ululati e grugniti si piegassero alla sua volontà, a meno che qualche formidabile cambiamento ambientale non avesse causato la disfunzione, simultanea, di tutti i suoi altri canali di comunicazione, le ghiandole odorifere, le espressioni facciali, gli atteggiamenti del corpo, i gesti, i movimenti degli occhi, i rapporti spaziali, lasciandogli solamente lo strumento più improbabile e meno duttile su cui far conto, la sua voce.
Gli accadde proprio questo. E gli accadde molto tempo prima che divenisse cacciatore. Quando cominciò a vivere nel mare, la comunicazione olfattiva divenne virtualmente non operante. Questo poté essere un altro dei fattori che contribuirono alla cessazione dell’estro; e avrebbe agito anche sulla segnalazione di ogni altra reazione emotiva.
Qualsiasi particella chimica emessa da un primate acquatico sarebbe stata portata lontano molto rapidamente nell’acqua. Orbene, i pesci possono percepire facilmente odori dissolti nell’acqua; insetti e animali  possono percepire odori sospesi nell’aria, ma un primate, la cui respirazione è polmonare, fiuta inalando aria, e se comincia a inalare acqua viene a trovarsi nei guai.
Di gran lunga più sconcertante, tuttavia fu la deformazione del sistema di segnalazioni visive. Quando si sta nuotando, non ci si può drizzare a gambe rigide; non si può compire un rapido e controllato balzo in avanti per due metri e poi fermarsi di colpo; non si può continuare a fissare senza batter ciglio il proprio antagonista con l’onda improvvisa che ti si rompe sulla testa o con il risucchio che ti trascina indietro; non si può placare l’avversario presentandogli le terga, né dominarlo montandolo; non si può dominarlo dall’alto drizzandosi in tutta la propria statura bipede; non si può umiliarlo guardando altrove se non si ha la certezza che esso ci osservi o che non attribuisca il nostro voltare la testa a un nuovo stile di nuoto; non si può rispettare, né aspettarsi che esso rispetti, la prescritta quantità di spazio personale o l’opportuno spiegamento di rapporti spaziali equilibrati in un mezzo che può sbalestrare entrambi qua e là come due pezzi di sughero, e alcune delle più classiche espressioni facciali, come la minaccia a bocca aperta, tendono a concludersi con un gorgoglio e uno sputacchiamento se le mantieni troppo a lungo.
Il mare era sicuro e fresco e brulicante di cibo; ma buttava all’aria i rapporti sociali e la struttura di dominio. Gradualmente, nel corso di molte generazioni, l’ominide cominciò a rendersi conto, come Viki, che le sole volte nelle quali otteneva la ricompensa, quando si trovava nell’acqua, non erano quelle in cui drizzava i peli, o si accigliava, o agitava le braccia, ma quelle in cui un suono gli usciva dalla gola, un fenomeno di se stesso al quale non aveva mai prestato molta attenzione conscia, sebbene avesse riconosciuto i suoni quando erano emessi dai suoi compagni. La ricompensa nel suo caso consisteva nell’attenzione degli altri del gruppo. ….

…. In seguito quando l’ominide divenne effettivamente un cacciatore ed ebbe bisogno di un segnale per “antilope”, ne scelse uno vocale; ma questo accadde soltanto perché dieci milioni di anni di evoluzione acquatica avevano trasformato il canale di comunicazione vocale. Dopo essere stato uno di quelli che meno probabilmente si sarebbero potuti espandere e diversificare, aveva finito con il diventare più ovvio. Ciò non è mai accaduto a nessun mammifero terrestre.
E ai mammiferi marini? Si, naturalmente. Essi si imbatterono nella stessa difficoltà e trovarono la stessa soluzione. Per un gran numero di questi animali la vocalizzazione è divenuta un’attività controllata consciamente. Non occorrono sei anni di fatiche di due preparati psicologi per addestrare un delfino ad esibirsi nel suo numero. Anche un principiante assoluto può accingersi a un corso di addestramento con una scorta di pesce e una modesta quantità di pazienza e, dopo pochi mesi, il suo delfino gorgheggerà servizievole nel microfono, contro l’elargizione di un’aringa e farà crepare dalle risate gli spettatori. ….

-La Morgan mette in evidenza con varie argomentazioni come quello dei delfini e delle balene, sia in effetti il linguaggio più evoluto del regno animale dopo quello umano-

…. Secondo me, le stesse forze che hanno portato i delfini proprio sulla soglia del discorso, furono quelle che vi portarono anche l’ominide, e lasciarono indietro, a una distanza immensa, tutti gli altri primati.
Che cosa ci spinse al di là della soglia, mentre tutte le altre specie, nell’acqua oltre che sulla terra, rimanevano dall’altro lato? In parte, il fatto che eravamo la specie di gran lunga più complessa e progredita mai divenuta acquatica. La nostra organizzazione sociale era sviluppatissima, tra le specie acquatiche, soltanto i delfini e le orche si approssimano a noi sotto tale aspetto, il nostro sistema di segnalazioni era immensamente sottile ed espressivo, e quando questi segnali cessarono di funzionare, divenne proporzionalmente imperativo accrescerli. Ci servimmo della bocca per pretendere attenzione, per esercitare il dominio e per regolare i rapporti, laddove, in precedenza, ci eravamo serviti soltanto della faccia e del corpo.
Ma dobbiamo ancora spiegare il primo nome, il segnale significativo che la scimmia antropomorfa abitatrice della terra non aveva mai avuto bisogno di evolvere.
E’ possibile che nel nostro ambiente litoraneo altamente specializzato tale esigenza abbia cominciato a farsi sentire. Supponiamo che la scimmia antropomorfa si sia immersa qua e là in acqua basse e abbia veduto un dugongo. I dugonghi erano comunissimi allora, perché fino all’arrivo della scimmia nuda, non avevano avuto nemici. Si trattava di un grosso esemplare lungo due metri e mezzo e la scimmia aveva bisogno di aiuto, per cui gridò “Ehi!” a suo fratello seduto su uno scoglio. Suo fratello la guardò e la scimmia gridò di nuovo e fece segno. Ma il fratello non se la sentiva di fare una nuotata e non c’era modo di fargli capire il motivo di tanta agitazione. Non vedeva altro che gli sbracciamenti dell’ominide e la luce scintillante sulla superficie dell’acqua. A questo punto, non bastava più fare “Pssst!” e indicare qualcosa con un gesto. Non era più vero, come lo sarebbe stato nella savana, che quanto il primo animale riusciva a percepire lo poteva percepire anche il secondo animale.
L’ominide nell’acqua era reso smanioso dalla necessità di comunicare l’informazione esclusiva e il canale vocale di recente divenuto flessibile offriva il mezzo da impiegare. Non sappiamo quale suono emise la scimmia, forse un suono tipo “ium ium” che significava”questo è cibo”, forse un suono profondo e rotondo che significava “questo è enorme”; oppure un suono liquido per imitare il rumore sguazzante causato dalla creatura informe quando viene issata fuori dall’acqua su alghe bagnate. Per comodità, supponiamo arbitrariamente che avesse detto “pesce”. Naturalmente fu inutile. Tutte le parole sono inutili finché almeno due persone non sanno cosa significano.
Ma l’ominide era stato spronato dalla necessità di un nome come nessun altro animale era mai stato spronato prima di allora. L’insuccesso bruciò in lui e la prima volta che un dugongo venne gettato dalle onde sulla spiaggia, egli afferrò il fratello per i capelli, gli spinse giù la testa con la faccia contro la pelle liscia e bagnata, pronunciò con rabbia, ripetutamente, la parola “Pesce! Pesce!” e sferrò un calcio al sirenide e un pugno alla testa del fratello per insegnarli a non essere così stupido la volta successiva. Dopo alcuni milioni di anni di episodi di questo genere, prima o poi il fratello di qualche ominide imparerebbe il messaggio; e i due formerebbero una coppia molto abile e adattabile, e la tribù imparerebbe da essi. E’ inoltre probabile che i più lesti nel capire le parole sopravviverebbero più facilmente e propagherebbero la loro specie.
Eppure, l’ominide diceva “pesce” soltanto quando un pesce era presente; non si trattava ancora di un nome comune astratto, ma veniva sempre applicato a un singolo esemplare concreto presente in quel determinato momento nelle immediate vicinanze. Giunse però una notte in cui l’ominide si era ritirato nella sua grotta. La figlioletta di lui era felice; stava spontaneamente vocalizzando a caso, come può fare un giovane delfino allegro, e si esercitava a emettere suoni uditi sulla spiaggia quel giorno. Disse “Pesce”. I genitori risero perché la parola era stata pronunciata con tanta chiarezza, e siccome essi ridevano, la piccola ominide la ripeté. Seguì un breve e allibito silenzio, perché era accaduta una cosa nuova e misteriosa. Non esisteva alcun pesce nella grotta; nessun pesce e nessuna lisca di quel pesce, nessuna immagine, né odore, né suono del pesce, ma un pesce si era presentato nelle loro menti, un nome comune contenente  l’essenza dell’intera specie di quel pesce; non il prodotto finale di segnali sensoriali proveniente dal loro ambiente fisico, ma un qualcosa generato per la prima volta dal nulla grazie all’interazione vocale e mentale degli ominidi.
La piccola ominide continuò a ciarlare finché il padre grugnì e si allontanò per dormire e finché la madre non le cacciò un capezzolo in bocca per farla tacere. Non era abbastanza affamata per succhiare, ma le piaceva tenerlo tra le labbra. Continuò a canticchiare tra sé e sé, a volte chiudendo le labbra intorno al capezzolo e a volte lasciandolo andare; e coniando così la classica parola bisillabica che ha dato nome all’intero potente ordina biologico dal quale era stata prodotta.
“Mam-ma, disse la piccola ominide, Mam-ma”.

Pubblicato in Scienze | Contrassegnato , | Lascia un commento

Elaine Morgan L’origine della donna Cap 6 Amore

Beh, ormai siamo arrivati a metà del libro, questo e il precedente sono due capitoli estremamente interessanti…

Elaine Morgan L’origine della donna Cap 6 Amore

(Quella che segue è una sintesi del capitolo, i puntini indicano testo mancante, il corsivo sono mie aggiunte)

Quella cui si trovarono di fronte i nostri antenati dopo essere stati spinti, da cambiamenti morfologici acquatici e bipedi al sesso ventrale, fu davvero un’emergenza biologica di dimensioni traumatiche.

…….

Sotto un determinato aspetto la situazione critica delle scimmie nude era ancor peggiore poiché esse erano state condizionate ad aspettarsi che il sesso fosse un’esperienza consolante non già soltanto da pochi mesi di condizionamento individuale, ma da milioni di anni di evoluzione. Ora la femmina constatava che i suoi adescamenti non conducevano ad una reazione ben compresa e soddisfacente, ma ad una reazione allarmante, priva di ricompensa. Il maschio constatava che l’affettuoso gradimento con il quale erano sempre state accolte le sue attenzioni non esisteva più.

…….

Sotto un altro aspetto, però l’ominide maschio se la passava molto meglio del gatto nevrotico, perché era più grosso e più forte della femmina, e la posizione supina è particolarmente indifesa, per cui il più delle volte esso riusciva in effetti a ottenere la consueta ricompensa, anche se ad essa si accompagnava una folata d’aria gelida. Dobbiamo essere grati del fatto che fosse così altrimenti nessuno di noi sarebbe qui oggi.

Potete domandarvi perché un disadattamento biologico in apparenza semplice e di trascurabile importanza non si corresse nel corso di alcune migliaia di generazioni. In fin dei conti, sino a questo momento abbiamo parlato con molta noncuranza, come sono abituati a fare gli studiosi dell’evoluzione, dei cambiamenti morfologici più stupefacenti della struttura del primate, quasi che un numero illimitato di varianti della forma, delle dimensioni e della disposizione degli organi fossero disponibili e ottenibili mediante qualche catalogo celeste di vendite per corrispondenza.

“Caro signore

Restituisco la pelliccia in quanto, tutto sommato, non so che farmene;  vogliate cortesemente sostituirla con un paio di lobi d’orecchie e con sei chilogrammi di grasso sottocutaneo. I muscoli corrugatori  sono arrivati in condizioni perfette e mi soddisfano, ma tanto il cervello quanto il pene sono di tre misure troppo piccole per le mie attuali necessità, e vi prego quindi di cambiarli. Potrebbe anche farmi comodo un naso, se ce ne sono in magazzino.

Con i migliori saluti, vostra scimmia.”

Come sappiamo, tutte queste richieste vennero in ultimo soddisfatte. Sembra un po’ strano che la consorte della scimmia maschio non abbia accluso nella stessa busta una breve petizione: “P.S. Di recente mio marito ha cambiato abitudini ed io constato di avere adesso dalla parte sbagliata il tratto sensibile della vagina. Non disponete per caso di un nuovo modello? Ringraziandovi sin d’ora..”

Se lo avesse fatto, non per la prima volta le sarebbe pervenuta una risposta vaga. Era fisicamente un po’ più complessa dei suoi fratelli e gran parte dei suoi organi non erano molto adatti al nuovo modo di vivere. Durante la gravidanza ad esempio, i muscoli che sostenevano il peso del feto erano sospesi tutti alla spina dorsale, il che andava benissimo  per un quadrupede, ma quando essa cominciò a camminare in posizione eretta, tutto scivolò giù, come una corda per stendere il bucato sollevata ad una estremità. La femmina avrebbe tratto vantaggi da una disposizione completamente nuova, con i muscoli inseriti invece sulle ossa delle spalle, ma, sebbene si lagnasse sporadicamente di mal di schiena e prolassi e vene varicose e altri disturbi femminili, in ultima analisi nulla venne mai fatto a riguardo.

In effetti, tutte le modificazioni dell’evoluzione sottostanno a due regole principali. Secondo una di tali regole, i cambiamenti non hanno luogo perché rendono l’esistenza più facile all’individuo, ma perché aiutano l’intera popolazione a sopravvivere.

…….

La seconda regola vuole che cambiamenti improvvisi del piano originario fondamentale non abbiano mai luogo. I cambiamenti sono quantitativi. I peli del nostro corpo, ad esempio, non sono mai realmente scomparsi; si sono semplicemente limitati a diventare sempre più esigui.

…….

Così, aspettarsi che l’innesco a contatto profondo della reazione sessuale della femmina di un primate venisse trasferito in un rapporto spaziale del tutto diverso con il resto dei suoi organi, sarebbe stato come aspettarsi che la bocca di lei salisse portandosi sulla fronte.

……..

Così la coppia di scimmie antropomorfe rimase bloccata in questa situazione insoddisfacente. Nei primi pochi millenni non vi sarebbe stato alcun pericolo per la sopravvivenza della specie. In tale stadio, la femmina avrebbe continuato ad avere l’estro con regolarità, e probabilmente per un lungo periodo, per quanto spesso potesse rimanere delusa, avrebbe continuato a invitare il maschio, in quanto non conosceva alcun altro modo di reagire all’impulso dell’estro.

…….

(il deteriorarsi di questo meccanismo ha comunque alla fine determinato la comparsa di alcuni problemi, la Morgan mette in evidenza come per la specie umana sia insorta una sorprendente “incertezza di scopo” per quanto riguarda lo stimolo sessuale maschile)

…….

Non soltanto esistono ampie variazioni, sia personali sia sociali, in quelli attributi femminili che attraggono il maschio, ma vi sono anche considerevoli deviazioni dell’impulso sessuale, dal suo oggetto biologico verso oggetti inappropriati appartenenti allo stesso sesso, capi di vestiario, riti o condizioni particolari, oggetti inanimati che, per lo sfortunato individuo anormale in questo senso, sono coattivamente attraenti quanto lo è la femmina normale per la maggior parte degli uomini. La grande maggioranza di queste deviazioni si manifesta nei maschi.

……..

Il sesso nel mammifero maschio è la reazione ad uno stimolo, in questo caso lo stimolo viene dalla femmina. Io credo che anche in questo caso l’incertezza di scopo nell’homo sapiens si instaurò quando lo stimolo appropriato mancò di pervenire. Ma questa volta il venir meno non influenzò soltanto gli individui, divenne endemico nell’intera specie. Si trattò del venir meno dell’estro.

…….

(La Morgan portando vari esempi dal regno animale mette in evidenza come spesso il sopraggiungere dell’estro ha un effetto imponente nel comportamento e spesso anche nel fisico delle femmine e che quest’ultime sono estremamente attive nel cercare  il contato con il maschio)

……..

Abbiamo dunque un fenomeno biologico che tocca le femmine di un gran numero di specie di mammiferi mediante qualche sorta di orologio ormonale e che da luogo all’emissione di un segnale, probabilmente olfattivo, il quale desta appetito sessuale nel maschio. È questo l’iniziatore del sesso, lo stimolo per reagire al quale la sessualità maschile è stata predisposta. E la specie homo sapiens ne è stata privata.

Non è certo il caso di stupirsi se alcuni uomini danno prova di una incertezza di scopo e diventano omosessuali, o si fissano sulla biancheria delle signore o sull’odore della gomma o su qualche altra non pertinenza del genere. Quando l’emergenza biologica divenne acuta, e il fato malevolo condannò gli uomini  a vivere con femmine totalmente e definitivamente prive dell’estro, la cosa davvero strana è che esse conservarono una sufficiente stabilità di scopo per consentire la perpetuazione della razza. Nel caso di molte creature meno progredite, la cessazione dell’estro avrebbe implicato automaticamente l’estinzione della specie.

Fortunatamente le nostre antenate erano primati, e nei primati superiori la copula è divenuta in crescente misura un’attività appresa. Anche quando lo stimolo specifico le venne a mancare, la scimmia nuda seppe come doveva regolarsi.

………

Una cosa da tenere presente è che mentre i suoi rapporti sessuali in quel periodo si accompagnavano necessariamente a una certa violenza, contenevano, ciò nonostante, ben poca ostilità. Non è sempre facile per chi viene percosso rendersi conto che le percosse possono essere inflitte senza astio. Forse il miglior modo di capire il punto di vista del maschio consisterebbe nel fare un parallelo femminile. Pensate al momento in cui doveste avvicinarvi al bambino che piangeva con un cucchiaio di preziosa pozione antibiotica. Gli dicevate, essenzialmente, quello che la scimmia acquatica avrebbe voluto dire alla sua compagna.

“Su avanti tesoro, apri come si deve, lo sai che devi farlo, è per il tuo bene. No, non è disgustoso, ti assicuro che ti piacerebbe se soltanto provassi ad assaggiarlo. Senti, FINISCILA, o me lo farai versare. Tesoruccio? Per piacere? Oh per l’amor di Dio, piantala con tutto questo baccano! È inutile lo sai, quindi tanto vale che tu la smetta!” E in ultimo, specie se siete giovani e impazienti, inchiodate la braccia del bambino e ricorrete a provvedimenti energici che lo lasciano deluso, rosso in faccia come una barbabietola e isterico di rabbia perché vorrebbe rigurgitare sul bavaglino la cosa disgustosa e non può.

Il nostro ominide si trovava di fronte ad una difficoltà essenzialmente analoga, soltanto era spronato da una forza meno razionale della profilassi e le sua antagonista era appena di qualche chilogrammo più leggera di lui. E munita di denti, per di più.

Al termine di uno scontro del genere tra madre e bambino, ogni donna ragionevole giura che non ripeterà più l’esperienza. Deve esserci un modo per far gradire al piccolo la medicina, o almeno tollerarla, o almeno non accorgersi  di quanto sta accadendo finché non sia troppo tardi. Può non riuscire mai a trovare un sistema assolutamente sicuro, ma seguita a tentare. E la scimmia nuda deve essersi certamente comportata allo stesso modo. Le sarebbe stato molto difficile trovare una via d’uscita se il sesso fosse stato l’unico ( o anche soltanto il principale) legame che assicurava coesione nella comunità dei primati.

Fortunatamente non era affatto così. Nel caso di quasi tutti i primati superiori, i legami duraturi non hanno niente a che vedere con la copula. Esiste un’intera e complessa rete di rapporti sociali, tutti più permanenti e duraturi del sesso. V’è, anzitutto, la coesione che tiene insieme l’intero branco, analoga all’istinto dal quale vengono mantenuti uniti sciami d’api, branchi di oche, gruppi di cervi, colonie di topi e gruppi di balene.

Poi v’è il legame tra madre e piccolo, che nelle scimmie può protrarsi fino all’adolescenza. Esiste il legame maschile, a proposito del quale Lionel Tiger disserta con tanta eloquenza, che unisce i maschi in coorti.

V’è il legame femminile, che lo stesso autore si rifiuta di degnare del termine di “legame”, ma che induce le femmine a restare unite in loro assemblee. V’è il legame coevo, il quale fa sì che i giovani restino insieme per giocare e fare esperimenti. Ed esiste lo specifico legame dell’ amicizia; esso (tra le scimmie e le scimmie antropomorfe, così come tra gli esseri umani) fa sì che due individui ricerchino assiduamente la reciproca compagnia, quasi ne derivassero piacere.

Nella maggior parte dei casi, questi legami tendono a ridurre il timore e l’ostilità e inducono la fiducia e la distensione reciproche. Inoltre, nella maggior parte dei casi, hanno tutti i loro segnali, i loro gesti e le loro ricompense che li cementano.

Sicché, quello che il maschio fece per ridurre il timore e inspirare fiducia alla compagna consistette nell’attingere a segnali del genere presi in prestito da altri e meno turbati rapporti, incorporandoli nel repertorio sessuale. Esso stava dicendo, in effetti : “ Senti, va tutto bene. Io sto dalla sua parte. Pensa a me come a un tuo camerata … come il tuo piccolo … come tua sorella … come il tuo genitore … come il tuo amico”. Esaminiamo alcuni esempi concreti.

Incominciando dal legame tra madre e piccolo, esso riveste ovviamente un’ importanza vitale in tutti gli animali la cui progenie è indifesa al momento della nascita, e pertanto viene rafforzato da una salda struttura di modalità di comportamento e di reciproche ricompense psicologiche.

……

Io credo che quasi tutte le donne traggano piacere da questo processo sebbene in vari momenti, mediante il lavaggio del cervello, siano state indotte a ritenere a) che esso è primitivo e bovino, oppure b) che si tratta di un dovere sacro nei confronti del bambino, per cui il suo venir meno può mettere in pericolo la salute del piccolo e il rapporto madre figlio, o ancora c) che trattarsi di un ostacolo frapposto all’ “unità familiare”, perché se il padre vuole condurre la madre fuori a cena con il suo principale mentre il piccolo deve ancora fare una poppata alle dieci, ciò mette in pericolo il matrimonio. Anche uno solo di questi miti può compromettere quello che è un puro piacere animale; e alcune donne riescono a credere a tutti e tre i miti contemporaneamente.

……

Il principale legame di comportamento che cementa l’ amicizia (e trattasi di un’ attività più comune tra le femmine che tra qualsiasi altra coppia) è il reciproco ripulirsi. E’ un processo utile, sembra che includa la disinfestazione, e inoltre ogni ferita o lacerazione individuata viene accuratamente ripulita dalla sporcizia, ma soprattutto è un processo godibile. La scimmia lo invita avvicinandosi a una sua simile e presentandole la parte posteriore del collo o qualsiasi altro punto sul quale voglia richiamare la sua attenzione, così come il vostro cane può sollecitare le carezze ficcandovi il naso sotto le mano e sforzandosi, con un paio di scuotimenti energetici di farsela finire sulla testa. I gruppi giovanili cementano i loro rapporti con l’allegria, l’esuberanza e i giochi sfrenati in genere, nello stesso stato d’animo che gli esseri umani esprimono ridendo.

Esistono innumerevoli altre modalità di contatti fisici, tra i primati, che esprimono in generale amicizia e buona volontà. Abbracciarsi è manifestazione assai comune, impiegata con entusiasmo da numerose specie.

………

La cosa da tener presente è che tra i primati sub umani nessuno di questi gesti ha il benché minimo rapporto con il sesso. I gesti e i riti della copula sono del tutto distinti e stereotipati. Ma sembra del tutto chiaro che l’ominide ancestrale fece del suo meglio per incorporarne il maggior numero possibile nel tentativo di rendere la copula un rapporto di nuovo amichevole e pacifico. Oggi le premesse nel rapporto sessuale possono passare attraverso l’intera gamma. Il maschio abbraccia e bacia la femmina, come fanno i primati con i loro amici. Le offre doni, spesso consistenti in cibo (cioccolatini e così via) come fanno i primati con i loro piccoli. Cerca di divertirla e farla ridere, come i primati con i loro compagni di giochi. Man a mano che il rapporto diventa più intimo, le accarezza i seni e le stimola i capezzoli, come un piccolo primate quando succhia il latte. Se ha letto manuali sui giochi amorosi, può tentare una piccola manipolazione spinale. Da colpetti affettuosi alla femmina, l’accarezza e le liscia i capelli, il massimo cui possa avvicinarsi al comportamento delle pulizie reciproche. La tiene stretta in un abbraccio protettivo, come fa il primate con il piccolo. Essa senza alcun dubbio trae piacere da quasi tutte o tutte queste attività, e reagisce. E l’androcentrismo del maschio è così insondabilmente profondo da indurlo al convincimento totale che la femmina sia fatta come è all’esclusivo e semplice scopo di rendergliela sessualmente desiderabile, e sessualmente accessibile. Ogni volta che individua un punto sensibile della sua anatomia, lo denomina “zona erogena”, come se fosse evoluto per un unico scopo, vale a dire l’eros. Ciò è ragionevolmente press’a poco come il denominare zone erogene i capezzoli e il mento della gatta, sebbene nessun gatto maschio che rispetti se stesso presti mai ad essi la benché minima attenzione, e nemmeno ne abbia bisogno. In effetti esistono due sole zone letteralmente e specificamente erogene nella specie umana (o, in vero, in ogni altro mammifero) l’una è il pene e l’altra è la vagina. Tutte le rimanenti furono progettate per altri scopi e sono state soltanto sfruttate sessualmente nel genere umano perché esisteva una disfunzione nell’apparato normale. Tutti questi nuovi approcci di corteggiamento e altri ancora sono descritti nella “Scimmia nuda” (il libro di Desmond Morris) e collocati sotto l’intestazione: “rendere il sesso più sexy”. A me sembra che abbiano tutti lo stampo di una tendenza molto decisa nella direzione opposta, nella campagna per rendere il sesso meno specificamente copulativo e per incorporare in esso tutti i diversi elementi sociali coesivi che sempre avevano fatto comportare i primati come se si volessero vicendevolmente un gran bene. Non credo che il maschio stesse rendendo il sesso più sexy, e sono quasi certa che anche la femmina ominide non lo credesse. A suo modo di vedere, quello che il maschio faceva era l’amore.

……..

Vi fu probabilmente un periodo nel quale l’orgasmo femminile era del tutto assente, perché la copula era breve (il primate medio penetra e estrae in otto secondi netti) e la durata della vita troppo corta per lasciar intravedere la speranza di una incidentale riscoperta dell’orgasmo; e l’estro, se proprio non era scomparso del tutto, stava scomparendo. L’intera ricompensa di comportamento della femmina in quel periodo non consisteva in un qualsiasi sollievo locale, ma nel caldo, diffuso e generalizzato piacere di accarezzare e cullare, nella sicurezza e nella felicità, nonché nel desiderio di piacere, tutto ciò generato dalle nuove tattiche del frustrato ominide che incorporavano gli elementi dell’appoggio dei genitori, della supplica infantile, e della benevolenza cameratesca. Questo essa poteva aspettarsi dal sesso. Questo fu il nuovo innesco della ricettività sessuale.

E questo continua ad essere la maggior parte di ciò che possono aspettarsi  dal sesso le sue discendenti. L’homo sapiens odierno può sgobbare sui manuali sessuali fino all’alba; può avere l’impressione che, in quest’era tecnologica, un dito su un capezzolo debba dare risultati certi quanto un dito sull’interruttore della luce e che, se ciò non accade, deve essergli toccato un modello difettoso; può impiegare anni perfezionando la sua tecnica, ma è probabile che prima o poi la femmina confonda l’intera e così chiara situazione con qualche domanda non pertinente, sul genere di :”Ma tu mi ami davvero?”

…….

Quando una donna desidera essere coccolata e niente di più, il suo messaggio può essere e viene spesso frainteso dal marito. Essa separa il desiderio di essere abbracciata dal desiderio di un’attività sessuale, è molto meno probabile che il marito faccia questo. Se ne consegue un’attività sessuale, la donna può sentirsi sopraffatta, se non ne consegue un’attività sessuale, il marito può pensare che lei lo abbia eccitato soltanto per respingerlo e farsi beffe di lui.

Ciò che questo tipo di donna vuole principalmente ricavare dal contatto fisico, dice il dottor Hollander, è un senso di sicurezza, di consolazione, di contentezza, e “il convincimento di essere amata”. Alcune pubblicazioni citarono le scoperte di Hollander con un’aria di blando stupore, come se egli avesse appena sollevato un sasso e posto allo scoperto una capricciosa minoranza di devianti sessuali femminili. Un giorno qualche studioso di statistica svolgerà un’inchiesta domandando alle donne in generale quale importanza relativa esse attribuiscano a) all’orgasmo, e b) al convincimento di essere amate, e domandando inoltre, nell’eventualità in cui non potessero avere entrambe le cose, a quale preferirebbero rinunciare. (Credereste alle affermazioni di una minoranza deviante del 90 per cento?)

L’amore come concomitante di rapporti sessuali non è una recente invenzione romantica. Aveva già incominciato ad alzare la testa, come Venere Anadiomene, da quelle onde del pliocene.

E non era neppure limitato alla sola femmina. Sin dall’inizio quando l’ominide l’allacciò con le braccia e la baciò, non lo fece soltanto affinché ella la smettesse di protestare. Come quando la madre abbraccia e bacia il bambino piangente, egli lo fece anche per tenerezza. Non gli piaceva vederla spaventata. E le dimostrazioni di benevolenza e di affetto, come gli annusamenti delle scimmie lanose, erano una cosa reciproca, e tendevano a destare in lui gli stessi sentimenti che destavano in lei, di affetto e di gratitudine. Inoltre, mentre il sesso del primate è una faccenda fuggevole e relativamente impersonale, gli altri legami del primate, i cui elementi venivano ora incorporati nel sesso, erano più personali e duraturi. Per entrambi, maschi e femmine, l’esperienza si stava avvicinando all’emozione che noi identifichiamo oggi come amore.

La sola differenza tra loro stava nel fatto che il maschio otteneva la sua ricompensa di comportamento anche in assenza dell’emozione, mentre per la femmina era ancor più vero di oggi che, senza quell’abbellimento, o almeno senza qualche sua sembianza rituale, l’intera faccenda sembrava singolarmente priva di scopo e insoddisfacente.

Ma ormai gli ominidi avevano superato l’emergenza più traumatica, e cominciavano a entrare in una dimensione nuova di rapporti personali. Forse vi furono addirittura momenti in cui l’ominide, se soltanto avesse conosciuto le parole, avrebbe paragonato la femmina a una giornata d’estate. Ma tutto ciò accadde molto tempo fa, prima dell’australopithecus, e la scimmia nuda continuava ad essere soltanto un animale muto.

O lo era davvero?

Pubblicato in Scienze | Contrassegnato , | Lascia un commento

Elaine Morgan L’origine della donna Cap 5 Orgasmo

Anche se con un po’ di ritardo continuo come promesso la pubblicazione “a puntate” dei capitoli del libro della Morgan. il quinto tratta dell’orgasmo e in particolare della reazione sessuale femminile.

Cap. 5 – Orgasmo

(Quella che segue è una sintesi del capitolo, i puntini indicano testo mancante, il corsivo sono mie aggiunte)

A questo punto ci stiamo avvicinando a uno dei terreni più nebulosi in tutto il campo dell’evoluzione del comportamento: il problema della reazione sessuale femminile.

E’ ormai, come ebbe a dire Jane Austen a proposito di qualcosa di completamente diverso, “una realtà universalmente riconosciuta” che le donne possano provare l’orgasmo e lo provano. Ovviamente, deve esserci qualcosa di davvero peculiare in questo processo fisiologico, altrimenti non sarebbe stato necessario incominciare con un’asserzione del genere. Nessuno ritiene necessario affermare: “Al giorno d’oggi ogni biologo rispettabile ammette che le donne sbadigliano”, oppure “Non si può più negare che le donne sono capaci come gli uomini di rabbrividire”.

Sono esistite tuttavia, società ed epoche nelle quali la realtà della reazione femminile non era affatto riconosciuta universalmente. Le donne giungevano al letto nuziale sapendo poco o niente di quel che potevano aspettarsi, e venivano vagamente avvertite del fatto che l’esperienza cui stavano per andare incontro sarebbe stata ripugnante, ma doveva essere sopportata. Medici illustri pontificavano asserendo che il concetto stesso di orgasmo femminile era una fantasticheria di menti depravate, situata oltre i limiti della credibilità. Havelock Ellis cita Acton, un eminente specialista inglese di quei tempi, (gli ultimi anni del 1800) che condannò la tesi secondo la quale le donne avevano sensazioni sessuali, considerandola “una vile calunnia”.

Quei tempi naturalmente, sono tramontati, e potrete esservi fatti l’idea che ormai tutto sia stato chiarito, dubbi e confusione, e che l’intera verità sia stata resa manifesta dall’illuminismo scientifico del XX secolo. Le cose invece, oggi, non stanno proprio in questo modo. Vediamo di cominciare scrutando la nebbia e tentando di stabilire fino a qual punto sia fitta.

In primo luogo, gli studi del fenomeno dell’orgasmo femminile sono stati limitati quasi esclusivamente alla specie Homo sapiens.

Ai tempi di Kinsey, quando queste ricerche venivano condotte esclusivamente mediante domande verbali, è del tutto comprensibile che sia stato così. Non si otterrebbero risultati molto soddisfacenti avvicinando una mucca e domandandole in quale percentuale di rapporti raggiunge il culmine dell’eccitazione sessuale. Anche all’epoca di Master e Johnson, quando il metodo verbale è in vasta misura superato a favore del controllo strumentale delle reazioni fisiche, si può facilmente immaginare che potrebbe essere più difficile ottenere la collaborazione di un animale di quanto lo sia ottenerla da una coppia umana persuasa dell’importanza scientifica di quanto sta facendo. Sarebbe improbo persuadere di ciò una vacca.

…………

Un risultato di tale omissione o, assai probabilmente, una causa di essa, è il convincimento ampiamente diffuso che le femmine dei mammiferi inferiori agli esseri umani non provino mai l’orgasmo.

………….

Esamineremo più da vicino questa strana teoria. Naturalmente essa non è sostenuta dalla benché minima prova.

………….

Gli uomini provano qualcosa e le donne provano qualcosa, con effetti fisiologici grosso modo simili, ma se l’orgasmo femminile sia un fenomeno a sé o una debole eco di quello del suo compagno (“una reazione pseudomaschile” come afferma decisamente Desmond Morris), resta non dimostrato. (Nessuno, naturalmente, è stato così eretico da domandarsi se l’orgasmo maschile non possa essere una debole eco di quello femminile).

Le donne provano qualcosa, ma infuriano le più accese controversie per stabilire se si tratti di un qualcosa o di due qualcosa. Secondo una delle teorie esistono un orgasmo clitorideo e un orgasmo vaginale; una sottosezione di questa scuola afferma che il primo è infantile e il secondo un indizio di maturità; un’altra vociferante sezione asserisce che soltanto l’orgasmo vaginale può essere considerato reale; esperti altrettanto vociferanti protestano affermando che, lungi dall’essere il solo a contare, l’orgasmo vaginale è un puro mito.

Le donne provano qualcosa e nel corso dell’ultimo mezzo secolo hanno ammesso di provare qualcosa, sono state incoraggiate ad aspettarselo e addirittura si sono sentite dire che hanno il diritto di pretenderlo; quanto agli uomini sono stati abbondantemente istruiti sul modo di aiutare le donne a provarlo; ciò nonostante, esso può non determinarsi, dando luogo a discussioni per stabilire quale dei due partners, ammesso che tocchi all’uno o all’altro, debba scusarsi, e se la colpa risieda nella frigidità di lei, o nella mancanza di perizia di lui, oppure nel comportamento “ non spokiano”, anni prima di una delle due suocere o di entrambe. Questo dibattito non è stato ancora ben risolto nemmeno tra i sapientoni e potete scommettere che ci vorrà ancora molto tempo prima che si plachi in certe camere da letto.

…….

Pertanto, forse, il punto migliore dal quale cominciare con un approccio rinnovato e speculativo, sarebbe quello lontano il più possibile dall’ego umano: tra gli animali.

La tesi attuale concernente le femmine subumane è che esse non provino alcunché di corrispondente all’orgasmo quale noi lo conosciamo. Ci si è richiamati a due ragioni principali per convalidarla, e due spiegazioni vengono date della ragione per cui la moglie dell’homo sapiens si diede la pena di introdurre il meccanismo dell’orgasmo per la prima volta sulla terra.

La prima ragione per cui di ritiene che gli animali non lo provino è la seguente: il meccanismo nelle donne è così deplorevolmente difettoso da far ritenere che debba trattarsi di un’innovazione recente, la quale non ha avuto il tempo di perfezionarsi mediante i processi della selezione naturale.

…….

La seconda argomentazione si basa sul fatto che in genere la femmina quadrupede dopo la copula si allontana come se niente fosse accaduto, lasciando così capire con chiarezza che il sapore e l’aroma e le bellezze cromatiche e tutti gli altri  vantaggi della faccenda sono un libro chiuso per essa.

Le pretese ragioni dell’improvvisa comparsa del fenomeno nella nostra specie sono:

a)      La nostra vecchia conoscenza, il fatto cioè che il compagno della femmina era diventato un Potente Cacciatore e doveva cementare il legame di coppia rendendo il sesso più sexy. Alla femmina, in quanto moglie del cacciatore, occorreva dare pertanto una nuova “ricompensa di comportamento” affinché fosse sempre disponibile per lui, in qualsiasi momento gli capitasse di tornare alla base. L’orgasmo è la ricompensa di comportamento.

b)      La ragione b è ancora più ingegnosa. Si sostiene che quando la femmina divenne bipede la sua fecondità venne posta in pericolo dalla nuova angolazione della vagina, che avrebbe consentito al seme di scorrere via e di andare perduto se ella si fosse subito alzata e allontanata. Per conseguenza doveva essere temporaneamente immobilizzata da questa tremenda e travolgente esperienza, la quale sarebbe servita a mantenerla orizzontale fino a quando gli spermatozoi non fossero arrivati dove dovevano arrivare, dopodiché ella avrebbe potuto rialzarsi.

Non sono realmente persuasa da alcuna di queste tesi.

…….

Queste cose emergono in una specie soltanto se contribuiscono in qualche modo alla sopravvivenza della popolazione. Se questo meccanismo aveva lo scopo di favorire la fecondità umana, ….. allora si rimane molto perplessi rilevando come quando le femmine sono giovani, timide e feconde il meccanismo stesso si trovi nella sua fase più debole

…….

In breve, l’ orgasmo comincerebbe appena ad emergere, o continuerebbe ad emergere se le donne le quali lo provano fossero più feconde di quelle che non lo hanno provato. E nulla fa pensare che tale sia la situazione adesso, o lo sia mai stata.

…….

Vi sono obiezioni anche contro il concetto secondo cui una ricompensa di comportamento venne offerta soltanto a una specie per far sì che le donne rimanessero fedeli ai mariti cacciatori e fossero sempre disponibili in ogni momento. La fedeltà, in ogni caso, difficilmente verrebbe facilitata dall’ orgasmo: se la ricompensa era davvero così tentatrice, poteva essere goduta ancor più di frequente grazie all’ infedeltà.

…….

Infine c’è la teoria dell’ orgasmo femminile come mezzo per mantenere una donna supina allo scopo di accelerare i piccoli spermatozoi lungo il loro cammino. Non sono disposta ad accettarla. Dubito che la durata della stanchezza postcoitale sia significativamente maggiore nelle donne che negli uomini. Senza dubbio quasi tutte le donne, in pratica, rimangono distese per qualche tempo, ma d’altro canto, nella nostra civiltà, v’è una spiccata tendenza a dedicarsi al sesso a letto, il più delle volte al termine della giornata e comunque in un momento e in un luogo in cui le interruzioni sono improbabili. Nulla induce la donna a saltar su e a dire: “E’ stato bellissimo, ma ora devo scappare “. Sono disposta a scommettere, però, che per quanto superba possa essere stata la prestazione del suo compagno, qualora ella sentisse a un tratto odor di bruciato e si rendesse conto di aver lasciato il ferro da stiro elettrico inserito da mezz’ora a quella parte, lui potrebbe constatare come l’orgasmo, in quanto garanzia di orizzontalità, non funzioni nemmeno oggi. E tra i nostri antenati diurni, nella vivida luce della savana, ove si sostiene che il processo abbia avuto inizio, e con l’intera tribù di scimmie attiva intorno alla femmina, non credo che quest’ultima sarebbe rimasta supina per più di qualche secondo. Se, dunque, togliessimo di mezzo tutte queste supposizioni e cominciassimo dall’inizio con un’ipotesi davvero audace? Se scartassimo subito il concetto androcentrico che vede un mondo nel quale gli animali maschi sono creati con necessità e appetiti sessuali il cui soddisfacimento è accompagnato dal piacere sessuale, mentre gli animali di sesso femminile sono creati per soddisfare le necessità dei maschi, facilitarne i piaceri e partorirne la prole? Tentiamo di immaginare un tipo di universo più democratico, ove la natura, o Dio, o l’evoluzione, o quello che voi volete, si occupino delle cose un po’ più imparzialmente, invece di considerare le femmine cittadini di second’ordine. Il problema era molto semplice: come indurre l’animale A e l’animale B ad unirsi ai fini della procreazione. Anche la soluzione sembrerebbe semplice: fare in modo che unendosi godano. Quale concepibile scopo evolutivo si sarebbe servito applicando questa soluzione soltanto a mezzo, rendendo l’animale A desideroso e avido di piacere ricompensandolo con sensazioni piacevoli, e lasciando l’animale B semplicemente mite e sottomesso e programmato in modo da subire la cosa? Ogni prova indiziaria di cui disponiamo per quanto concerne il comportamento degli animali porta alla conclusione che l’impulso sessuale è reciproco ……

Gli individui non si nutrono perché hanno bisogno di cibo per sopravvivere, né praticano i rapporti sessuali perché la copula è essenziale ai fini della conservazione della specie. Né una madre umana tiene tra le braccia e coccola il bambino perché se privato delle cure egli morirebbe. Mangiamo, copuliamo e, se siamo madri, badiamo ai nostri figli perché queste attività sono piacevoli.

È possibile in teoria, naturalmente, considerare il sesso non come un legame sociale di collaborazione, ma piuttosto come una forma specializzata, non letale, di rapina, e far rilevare che quando un gatto divora un topo, finché il gatto ne gode, non è necessario che la cosa sia piacevole anche per il topo.

Invero, a giudicare dalla loro terminologia, il parallelo della preda ossessiona la mente degli uomini con una curiosa perseveranza. In quasi tutte le lingue esiste una qualche variante della metafora che considera l’ uomo a caccia della donna come un lupo, e la donna stessa come qualcosa di edibile,  un babà al rum, una pollastrella o una pesca. Nel mondo animale, invece, l’analogia non regge neppure per un momento.

……

Umanità a parte, dunque, prima che qualsiasi approccio sessuale possa riuscire, la femmina deve essere una compagna ben disposta. In numerose specie esistono indizi del fatto che essa è ancor più disposta del maschio.

……

Per cui l’interrogativo del quale dovremmo occuparci non è: come e perché nella specie umana venne determinarsi questo meccanismo femminile spaventosamente complicato e misterioso? Ma piuttosto: come poté, in nome del Cielo, la specie umana perdere,  smarrire e/o in genere rovinare un procedimento così semplice e chiaro?

Anzitutto cerchiamo di farci un’idea più chiara di quello che è il processo e di sapere che cosa lo innesca. Sarebbe utile a questo punto dimenticare completamente Kinsey e Masters e Johnson nonché le bellezze cromatiche e tutti i ricami umani, e tenere presente con fermezza l’immagine, diciamo, di un gatto o una scimmia rhesus. Ritti sui quattro arti.

La soluzione allora è semplice. A innescare il processo è una breve ma vigorosa applicazione di un rapido e ritmico attrito. Non occorre altro.

……

Un altro solo punto dobbiamo rilevare qui,  che in molti primati e altri quadrupedi la pressione viene esercitata non soltanto da tergo, ma anche dall’alto verso il basso, per cui si applica alla parete ventrale della vagina.

……

Se sin qui ci troviamo nel giusto, siamo adesso in una posizione salda per arbitrare uno dei classici scismi tra gli esperti del sesso, vale a dire se la chiave archetipa del soddisfacimento sessuale femminile sia incentrata nella vagina o nel clitoride.

(la Morgan rileva come il clitoride appaia decisamente sessualmente irrilevante nella maggior parte dei quadrupedi)

………

Supponiamo allora che nella gatta, nella scimmia rhesus, e in quasi tutti gli altri quadrupedi molto in alto nella scala dell’evoluzione, l’innesco della consumazione dell’esperienza sessuale risieda nei tessuti muscolari situati subito al di sotto (vale a dire sul lato ventrale) della vagina orizzontale. Un attrito vigoroso sulla parete inferiore o ventrale, ecco quello che occorre, ed ecco ciò che il maschio è programmato per applicare. Come ogni altro esempio di meccanismo di comportamento assai evoluto, la cosa funziona mirabilmente ogni volta… purché la femmina rimanga ritta nel modo giusto.

Per quanto concerne le nostre antenate, fu questa la situazione ironica. Allorché il maschio fece voltare la femmina, essa non soltanto si spaventò e si sentì a disagio, ma venne defraudata della propria ricompensa di comportamento. Per quanto il maschio si applicasse con lascivia, egli non esercitava più l’attrito sulla superficie ventrale della parete vaginale, ma sulla superficie dorsale; e quest’ultima non possedeva alcun hinterland dietro di sé, di tessuto muscolare particolarmente sensibilizzato. Dietro la vagina si trovavano soprattutto vertebre caudali. Dal punto di vista della femmina l’intera esercitazione era una perdita netta. Naturalmente, la scimmia antropomorfa non aveva la più pallida idea di che cosa non funzionasse. A quanto sembrava al maschio, tutte le femmine della sua specie erano diventate stizzose e completamente frigide in un intervallo di tempo sorprendentemente breve, e senza nessuna ragione al mondo.

Una conseguenza quasi inevitabile fu che l’estro nella scimmia acquatica cominciò a cessare. Si tratto di un’evoluzione positiva. Sarebbe stato del tutto inutile mantenere un culmine periodico di intensità per quanto concerneva un desiderio che non veniva soddisfatto. Probabilmente, vi fu un periodo in cui le femmine nelle quali il ciclo si manifestava meno intensamente divennero meno insopportabili o meno distolte, da una lussuria impossibile a soddisfarsi, dalle cure necessarie ai piccoli; in questo modo la selezione naturale avrebbe fatto si che la loro progenie prosperasse e che l’estro periodico cessasse in ultimo di far parte  della nostra dotazione genetica.
Potreste immaginare che anche la capacità di raggiungere l’orgasmo dovesse venir meno nelle femmine, ma l’evoluzione non agisce necessariamente in questo modo. Lamarck invece lo riteneva, pensava che ogni dotazione biologica la quale non venisse utilizzata da una determinata specie tendesse a scomparire. Oggi, però, gli scienziati credono che la sola mancata utilizzazione non sia sufficiente a causare ciò, e che le modifiche si determinino soltanto se ne deriva per la specie qualche vantaggio di adattamento.

Dall’eliminazione della capacità dell’orgasmo non sarebbe derivato nessun particolare vantaggio né per le femmine né per la popolazione come un tutto e pertanto essa  continuò ad esistere ed esiste ancor oggi, sebbene, per quanto concerne la sua funzione di ricompensa di comportamento, possa restare latente, senza dubbio in singoli individui, e forse in intere comunità, per lunghi periodi di tempo.
E’ molto dubbio se possa mai essere stata universalmente latente quanto potrebbero far pensare i documenti scritti prestopesiani. Se il meccanismo è quale l’ho prospettato, riesce assai difficile capire perché l’orgasmo si verifichi più spesso nelle donne sposate da molto tempo. Nei matrimoni avvenuti di recente, il maschio raggiunge quasi subito l’orgasmo, ed è improbabile che possa innescare una qualsiasi reazione, ma dopo alcuni anni, anche nei matrimoni vittoriani, nei quali ci si aspettava che non accadesse un bel niente, l’orgasmo si verificava con ogni probabilità molto spesso.
Man mano che le reazioni dell’uomo diventavano più lente e che la sua attività si protraeva, l’eccitazione della moglie diveniva più acuta. L’uomo non riusciva mai a trovare l’angolazione perfettamente giusta (nessuno riuscirà mai più a trovare l’angolazione esatta), ma un attrito prolungato, parallelo alla superficie ventrale della vagina non può in ultimo non avere lo stesso effetto di un attrito breve ed energico angolato rispetto ad essa. Se torniamo al bambino con la varicella (sono dolente di dover ricorrere a un’analogia così poco poetica, ma la poesia entrò a far parte della faccenda soltanto molto tempo dopo), qualora la pustolina pruda in modo tormentoso e gli sia stato proibito di grattarsela ben bene e a fondo, e un leggero massaggio non giovi a nulla, egli scoprirà in ultimo che strofinandosi il punto con il palmo della mano avanti e indietro rapidamente per parecchio tempo ci si può procurare un sollievo, pur non premendo affatto a fondo.
Dio solo sa che cosa ritenessero fosse avvenuto quei vittoriani. Naturalmente non lo avrebbero mai detto a nessuno, ma molti matrimoni sul punto di fallire dovettero essere “tirati su” da una inaspettata iniezione nel braccio destro proprio quando ogni magia sembrava scomparsa. Dopo che la faccenda era accaduta una volta, si ripeteva con crescente frequenza, perché la donna cominciava a capire in qual modo poteva favorirla. Questo è quanto si intende denominando l’orgasmo vaginale “una reazione appresa”.

La cosa spiega inoltre alcuni fenomeni che i signori romanzieri descrivono con tanti affettuosi particolari, e così tristemente fraintendendo. Quando uno di questi giovanotti si addentra nella descrizione grafica di una scena nella camera da letto tende a presumere che la pressione frenetica esercitata verso il basso dall’eroina alla base della spina dorsale dell’eroe significhi: “non te ne andare, non lasciarmi mai”. In effetti significa: “sono convinta nel mio subconscio che, se tu potessi abbassare il fulcro un paio di centimetri circa più giù, ciò eleverebbe il glande verso quel punto deve farebbe un po’ più bene”.

Quando descrive l’involontario inarcarsi della spina dorsale della bionda, lo scrittore lo interpreta così: “oddio, sono agli estremi, sto morendo d’estasi. Questa è la mia reazione pressoché simile a quella della stricnina, il risus sardonicus, la contrazione spinale”. In realtà per quanto a livello sotterraneo l’inarcarsi significa: “ah, beh, se non puoi modificare l’angolo del pistone, tocca a me, presumo, modificare l’angolo del cilindro”.

E’ giunto ora il momento di tornare a quegli esponenti della scuola clitoridea i quali, nel frattempo, hanno camminato avanti e indietro irritati e spazientiti. Perché essi sanno che il loro sistema funziona. Non voglio negarlo; voglio soltanto osservare che si tratta di un surrogato. La clitoride era un organo residuo, un omologo del pene, e non aveva alcuna funzione più di quante ne avessero i capezzoli nel maschio. Al pari di essi, esiste originariamente soltanto perché lo stampo embriologico fondamentale è ambivalente e si accinge anzitutto a dar luogo a un essere umano puro e semplice prima di occuparsi dei particolari quali lo stabilire se il modello debba essere un maschio o una femmina; sempre come i capezzoli del maschio, era un organo ricco di terminazioni nervose perché nel modello alternativo esse sarebbero state necessarie.

Tuttavia, quando il meccanismo sessuale normale cominciò a non funzionare a dovere, la clitoride era presente, e cominciò a servire alla scopo.

…….

Così dunque accadde che la scimmia nuda venne a trovarsi di fronte a una situazione unica e innaturale, una situazione nella quale quasi tutte le motivazioni e quasi tutte le ricompense dell’attività sessuale erano riservate a una sola delle due parti in causa: al maschio.
L’estro non tornò mai nella femmina dell’Homo sapiens. In qualche punto, negli strati molto profondi della sua consapevolezza, esiste la convinzione celata in profondità che vi sia qualcosa di affettato e di falso nel comportamento delle donne, e che, se esse non fossero così maledettamente ipocrite al riguardo, giungerebbero momenti per ognuna di loro (diciamo una settimana su quattro) nei quali correrebbero per le strade ammettendo allegramente di avere una voglia matta della cosa, sollecitando il sesso con tutti i passanti, come una giovane scimmia urlatrice, e inseguendo le loro prede fino al tramontar del sole e fino a quando gli uomini non si fossero acquattati esausti in segreti nascondigli maschili.

Per l’Homo sapiens, noi non ci comportiamo più in questo modo. Non costituiamo più per lui quella sfida che in origine eravamo state progettate per essere. Gli diamo la caccia cercando amore, compagnia, eccitazione, curiosità, sicurezza, una casa e una famiglia, prestigio, una via di scampo, o la felicità di essere tenute tra le sue braccia. Ma rimane ancora uno squilibrio fondamentale tra l’urgere della sua lussuria e la nostra, per cui quando si arriva al nocciolo, la prostituta è sempre in vendita sul mercato.

Io ritengo che questo squilibrio non si trovasse nello stampo originale dei primati. E’ una cicatrice rimasta insieme a molte altre, per ricordarci il “battesimo salutare” che ci consentì di sopravvivere nel pliocene.

La colpa non è dell’uomo. E dio sa che non è neppure della donna, ma può darsi che dobbiamo aspettare un altro paio di milioni di anni prima che le ultime braci di questo risentimento sotterraneo cessino finalmente di bruciare adagio.

Pubblicato in Scienze | Contrassegnato , | Lascia un commento

Settimana COMENIUS: ready, steady, go….!!!

E’ iniziata oggi la settimana della mobilità italiana delle 6 scuole nostre partner nel progetto Comenius  GALE, Game and Learning in Europe (Gioco e apprendimento in Europa). L’I.E.S. San Telmo di Jerez de la Frontera (Spagna); il 3° Geniko Lykeio Mytilinis dell’Isola di Lesbo (Grecia); il Colegiul Tehnic Aiud, di Aiud (Romania); il Gymnasium Brede di Brakel (Germania), il Nagy Sándor József Gimnázium di Budakezi (Ungheria), il SOY”St. Sofroni Vrachanski, Plovdiv (Bulgaria)

Ad aprire l’evento una festa di benvenuto in cui prima i docenti coordinatori e poi gli studenti stessi, a cominciare dai nostri, gli alunni della 3BP,  hanno presentato se stessi, con le tradizionali ppte piccoli discorsini ma anche canti, balli davvero coinvolgenti.

Le soprese più gradite, ma non si vuole far torto a nessuno (del resto speo che nessuno dei colleghi mai legga questo post), sono state: la canzone in italiano cantata dai rumeni; il saluto e il ringraziamento che la preside ungherese ha voluto ostinatamente fare in italiano a me e alla nostra scuola per l’ospitalità; e il sirtaki che ha coinvolto tutti, me compresa.

Presenti anche il preside e il sindaco di Colle che hanno lodato l’iniziativa con l’augurio che sia anche questo un passo verso la vera unità europea , al di là dei pregiudizi. Ma il pregiudizio non alberga solo tra popoli diversi, anche all’interno delle stessa categoria di lavoratori. Il pregiudizio che esista un solo modo possibile di fare scuola e che le attività che esulino dalla normale didattica non siano vero insegnamento….(chi vuole intendere intenda!)

In quanto a me non mi resta che ringraziare le  colleghe presenti all’iniziativa: Patrizia Gargano, Giuliana Opromolla, Esther Craighead; le famiglie degli studenti che hanno accolto l’invito; Roberto Serra, per l’assistenza tecnica; Susy, per l’assitenza “sul campo” e Michele Maccantelli per la realizzazione del dvd del  primo anno del Comenius, di cui ho fatto dono ai colleghi (certa che quello del secondo sarà spettacolare!).

Pubblicato in Proposte-progetti | Lascia un commento