Cap. 3 – La scimmia antropomorfa rimodellata
Come promesso proseguo la pubblicazione a puntate della sintesi dei vari capitoli del libro
(Quella che segue è una sintesi del capitolo, i puntini indicano testo mancante, il corsivo sono mie aggiunte)
Stiamo cominciando adesso a ricostruire un’immagine dell’aspetto esteriore che aveva la signora Australopihecus africanus quando emerse finalmente dall’acqua dopo dieci o dodici milioni di anni. Sappiamo che si teneva eretta o quasi eretta. …
Era una creatura bipede, dalla pelle liscia, con le membra arrotondate da uno strato di grasso sottocutaneo e una circonferenza toracica di ottantacinque centimetri o giù di lì. La pelle era probabilmente scura, poiché l’epidermide di quasi tutte le scimmie sotto la pelliccia è già pigmentata. I capelli erano probabilmente lunghi. Se si trattava di un adattamento acquatico, è probabile che i capelli lunghi e lisci fossero la caratteristica dell’ominide più primitivo e che i capelli corti e crespi siano un successivo e più sofisticato adattamento alla vita al suolo in climi caldi, ove pesanti trecce avrebbero rappresentato un impedimento, senza servire ad alcuno scopo…..
Una caratteristica facciale che ci distingue molto nettamente dalle altre scimmie è la forma del naso.
….Nessuno (degli altri gruppi di scimmie) presenta una struttura sia pur minimamente simile a quella dell’homo sapiens, il quale si è dato la pena di costruire una elaborata protezione cartilaginea sopra le narici e di orientare queste ultime non in avanti, né lateralmente, ma dirette verso il basso, nella direzione dei suoi piedi.
Si è speculato pochissimo sulle possibili ragioni di ciò, probabilmente per il motivo cui accenna Medawar, che gli scienziati non si pongono a voce molto alta interrogativi finché non riescono a intravedere gli inizi di una risposta. Per quanto concerne la scimmia acquatica, la risposta è perfettamente ovvia. Se un gorilla tentasse di tuffarsi o di nuotare sott’ acqua, l’acqua gli verrebbe forzata nelle narici e spinta sotto pressione entro le cavità nasali, causandoli il più acuto disagio. La foca evita ciò disponendo di narici che si possono aprire e chiudere a suo piacere. La scimmia acquatica evitò l’inconveniente in modo altrettanto efficace modificando la forma della propria faccia affinché l’acqua venisse deviata da una nuova splendida struttura idrodinamica e le cavità nasali rimanessero al sicuro….
Un’altra peculiare caratteristica della nostra specie messa in evidenza dalla Morgan è la capacità di “accigliarsi”, cioè di corrugare i muscoli facciali in moda da inarcare e far sporgere le sopracciglia.
…Io penso che la spiegazione di queste differenze tra noi e le scimmie antropomorfe sia molto più semplice. Secondo me, si trattava semplicemente del fatto che le scimmie abitatrici della foresta vivevano in un ambiente oscuro e variegato, con uno schermo di foglie sopra la testa ed esse non svilupparono mai in modo adeguato il muscolo il quale avrebbe consentito loro di accigliarsi a causa di una vivida luce perché la vivida luce di rado, se non mai, splendeva in quell’ambiente.
Prendiamo in ora in considerazione la nostra antenata acquatica, sopra il cui capo esistevano soltanto il cielo e il sole che continuò ad ardere per tutti quei millenni senza nubi del plicocene, riflesso dalla superficie dell’acqua, rifrangendosi, scintillando e abbagliandone gli occhi infiammati e assuefatti.
Se il piccolo stava nuotando sul lato di lei verso il sole, essa stentava addirittura a scorgerlo contro tutta quella luminosità; e ancor più stentava a distinguere il proprio piccolo da un altro. Oggi su una costa come quella la nostra femmina acquisterebbe occhiali da sole. Allora, poté soltanto fare del suo meglio per abbassare e avvicinare il più possibile le sopracciglia, riducendo cosi in parte il bagliore dall’alto, e per contrarre il muscolo orbicolare inferiore contro i riflessi dal basso. Accigliarsi, dunque, divenne una reazione automatica alle difficoltà, agli impedimenti, alla frustrazione.
Quanto al suo compagno, egli incontrava difficoltà analoghe. Non esistevano molte specie ostili lì attorno, ma un primate maschio è il genere molto preoccupato dal dominio; pensa che ogni appartenente alla sua specie possa tramutarsi in un nemico, se lui non sta attento. Quando qualcuno lo avvicinava, lo fissava contraendo la pelle tutto attorno agli occhi per ridurre l’abbagliamento, sforzandosi di vedere bene chi fosse e quali intenzioni avesse e se stesse cominciando ad agire con arroganza. Così l’accigliarsi divenne una manifestazione di ostilità, e anche d’ira….
È possibile che noi siamo stati abitatori di laghi, anziché del mare? Possiamo nutrire qualche speranza, tanti milioni di anni dopo, di trovare un indizio qualsiasi riguardo alla vera natura dell’ acqua nella quale stavano nuotando quelle scimmie acquatiche? Bè, non c’è niente di male a provarci….
La Morgan pone la questione se questo nostro antico adattamento acquatico possa essere avvenuto in acqua dolce o salata. L’autrice propende per quest’ultima ipotesi
…L’acqua marina presenta solo un grosso inconveniente a meno che non si sia un pesce, non si può utilizzare per dissetarsi. …
Forse come i lamantini, si tratteneva intorno agli estuari, ove quello che era dei fiumi africani sfociava in mare. Forse si portava a terra nelle prime ore del mattino e cercava piante sulle quali rifosse formata rugiada. Poteva ridurre la propria necessità d’ acqua dolce risparmiando circa mille centimetri cubici di traspirazione al giorno mediante l’espediente di rimanere in acqua durante le ore di luce e di dormire in una grotta fresca di notte. Resta il fatto che se quasi tutto il cibo le veniva dal mare, una certa quantità d’acqua salata non poteva non introdursi nel suo organismo e di certo non le giovava molto….
Questa premessa serve alla Morgan per spiegare un altro adattamento umano: noi piangiamo lacrime salate. Essa ipotizza che, al pari di come hanno fatto altri animali, le nostre ghiandole lacrimali si stessero adattando per espellere il cloruro di sodio in eccesso nell’organismo.
…Vi occorrono altre prove? Esistono serpenti terrestri, serpenti d’acqua dolce e serpenti marini. Esistono lucertole terrestri e per lo meno una lucertola marina, l’iguana marina delle Galapagos. In tutti i casi, le forme marine hanno le due ghiandole nasali molto sviluppate; e ogni qual volta è stato possibile catturare un esemplare e fargli inghiottire acqua di mare, si è avuto un risultato identico.
Orbene, noi non siamo né uccelli né rettili. Le ghiandole dalle quali scorrono le nostre lacrime non sono direttamente paragonabili alle ghiandole dalle quali scorrono le loro… ma, d’altro canto, anche tra quegli animali le disposizioni differiscono, e la sola cosa che essi tutti abbiano in comune è questa: da un punto o dall’altro in prossimità degli occhi o del naso o del becco, starnutisce e scorre un liquido salino….
Un altro adattamento che viene preso in considerazione dalla Morgan è la posizione insolitamente arretrata della vagina femminile e la presenza, unico caso tra i primati, dell’imene che nella giovane donna protegge parzialmente l’orifizio vaginale.
…Si può senz’ altro presumere che ai tempi arboricoli, quando essa non correva lungo i rami, o si arrischiava al suolo per esplorare, si mettesse a sedere sui rami per cibarsi, per guardarsi attorno, per allattare il piccolo o per dormire. E sugli alberi ciò era tollerabilissimo.
Ma mettersi a sedere sulla spiaggia era tutto un altro paio di maniche. Il sedere di un quadrupede non è affatto come il nostro. Quando essa passò per la prima volta alla vita sul litorale, non aveva nulla sottoforma di imbottitura, là. La sua vagina si trovava nella posizione normale dei quadrupedi, subito sotto il punto in si sarebbe trovata la coda se ce ne fosse stata una; era normale anche perché esposta, allo stesso livello della superficie per una facile accessibilità. Sedere là sui ciottoli, sul greto salato o sulla sabbia bagnata, sugli scogli e sui cirripedi con un piccolo antropoide che stava crescendo in grembo, doveva essere un inferno.
Fortunatamente questo stadio non si protrasse troppo a lungo, perché l’ambiente marino mise subito in moto due diversi sviluppi morfologici, ciascuno dei quali diede prova di essere (almeno inizialmente) benefico.
Il primo come abbiamo veduto, fu lo strato di grasso sottocutaneo dei mammiferi marini; nel momento stesso in cui la scimmia ne impiegava una parte per tenere contento il piccolo, potete scommettere che stava formando altresì un paio di emisferi posteriori con tutta la rapidità consentitale dall’evoluzione. Ed io ritengo (con buona pace degli androcentrici) che, per quanto piacere la loro vista possa aver procurato al suo compagno, essa li formò soprattutto per la propria comodità e a causa di una urgente necessità….
Simultaneamente, un altro mutamento stava avendo luogo dalla femmina, un mutamento che era essenzialmente un sottoprodotto della sua nuova deambulazione eretta. Quando essa cominciò a tenersi ritta, l’angolo normale di 90° per i quadrupedi, tra la spina dorsale e gli arti posteriori divenne 180 gradi e ciò determinò lo spostamento di alcuni suoi organi interni addominali che dette luogo al cambiamento rilevato da Desmond Morris :V’è l’ anatomia fondamentale del canale vaginale della femmina, il cui angolo si è spostato in avanti in misura accentuata se lo si paragona a quello delle altre specie di primati. Esso si è spostato in avanti più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare semplicemente come conseguenza passiva dell’essere divenuta la specie verticale.
Il canale vaginale non soltanto si spostò in avanti, ma si ritrasse ancor più nella cavità del corpo, forse come ulteriore protezione dall’acqua salata e la sabbia abrasiva. Questa è una normale modificazione marina….
È naturale aspettarsi che la scimmia antropomorfa acquatica seguisse il più possibile questa modalità di interiorizzazione di organi esterni ogni qual volta ciò era pratico, e che inoltre li proteggesse coprendoli con una membrana. La scimmia fece questo anche per quanto concerneva la propria vagina… non soltanto la ritrasse, ma la coprì mediante una membrana protettiva denominata imene. Non era possibile che quest’ultima rimanesse intatta per tutta la vita, ma era preferibilmente averla per 10 o 12 anni che non averla affatto.
Naturalmente, un dogma fondamentale di tutto il pensiero androcentrico vuole che ogni cosa della femmina si sia evoluta in primo luogo per il vantaggio e la convenienza del maschio, allo scopo di renderla a)più attraente per esso b) più accessibile a esso; e se per caso volete farvi una bella risata, vi suggerisco di leggeri alcuni dei ragionamenti incredibilmente involuti e tortuosi di uno studioso dell’evoluzione che cerca di spiegare perché la donna, unica tra le scimmie, si munì di un imene, il quale in apparenza sembra non avere altro scopo che quello di tener fuori il maschio…
Anche il maschio di Homo sapiens mostra un adattamento particolare, egli possiede infatti il pene più grande, in relazione alle dimensioni del corpo, tra tutti i primati, inoltre nella nostra specie l’approccio più comune al rapporto sessuale sembra essere quello frontale anziché da tergo come avviene in quasi tutti gli altri mammiferi. Ecco la spiegazione che ne da la Morgan.
…Ma al contempo le gambe della femmina, anziché essere sottili e divaricate stavano diventando grosse come tronchi d’albero dalle ginocchia in su, e così vicine l’una dall’altra che quando essa restava in piedi ferma, molto spesso il maschio non riusciva a scorgere tra le cosce la luce del giorno. Si domandava tetro come sarebbe finito tutto ciò e se la femmina intendesse fondersi in un’ unica aerodinamica colonna come un tricheco o un elefante marino. E ancora le curve… il maschio riteneva che essa le stesse accentuando un po’ troppo. Era tutto molto comodo e pneumatico per lei, portarsi dietro il proprio cuscino d’aria, ma per un maschio abituato a montare da tergo ciò rendeva, né più né meno, le cose inutilmente difficili……
Come vedete, abbiamo ora risposte nuove e rivoluzionarie a due degli interrogativi vitali posti da Desmond Morris. Le nuove risposte sono meno ingegnose , meno elaborate, temo, alquanto più terrene, ma, come tutte le spiegazioni acquatiche, hanno il merito di una estrema semplicità.
Prima domanda: perché nell’homo sapiens si sviluppò il pene più grosso di tutti gli altri primati viventi? Non perché fosse un cacciatore e dovesse tenere contento il proprio branco con legami di coppie e dovesse cementare i legami di coppie rendendo il sesso più sexy. Il pene diventò più lungo per la stessa ragione che spiega il collo della giraffa… per consentirgli di raggiungere qualcosa che altrimenti sarebbe stato inaccessibile.
Seconda domanda: perché passò dalla monta da tergo all’approccio normale? Non perché i segnali in arrivo dalle labbra e dagli occhi della sua diletta rendessero l’esperienza una più memorabile faccenda personale e contribuissero così a favorire la monogamia. Esso passò all’approccio anteriore perché da tergo non riusciva più a farcela.
Una volta di più, se vi viene chiesto di credere che l’approccio sessuale dell’uomo ha qualche rapporto con una fase acquatica della sua storia, a tutta prima può riuscirvi difficile mandarla giù. Ma quando cominciate a rendervi conto che in pratica tutti i mammiferi terrestri impiegano l’approccio sessuale da tergo e in pratica tutti i mammiferi acquatici ricorrono all’approccio frontale o vetro-ventrale, allora non potete non sospettare che il rapporto debba essere più che fortuito….
Io sostegno che il cambiamento più importante nel nostro comportamento sessuale e le modificazioni rilevanti della nostra struttura fisica sessuale, che ci differenzia da tutti gli altri primati, costituiscono una prova chiara quanto ogni altra del fatto che in una certa fase del processo subimmo un cambiamento marino. Le ragioni del cambiamento non sono troppo difficili a dedursi; e le conseguenti modificazioni, mentre trovano un parallelo in un così gran numero di specie di animali acquatici, non possono trovare alcun riscontro in ogni altro animale della terra. Se avessimo seguito l’esempio degli animali acquatici e dimenticato completamente la terra, non saremo mai divenuti i padroni del creato, ma non saremo le creature disorientate in modo pazzesco che siamo oggi. Se mi è consentito per un momento essere del tutto antropomorfica, quasi tutte le specie che tornano dall’acqua sembrano ricavare dalla vita uno spasso a non finire.
I pinguini sembrano essere al contempo più placidi e più giocherelloni degli uccelli. Le lontre sembrano, essere due volte più intelligenti, tre volte più curiose, quattro volte più curiose e dieci volte più allegre dei loro parenti terrestri, le donnole, i furetti e così via. E i delfini, se siete disposti a credere alle persone che li conoscono meglio, sono le creature più dolci, più allegre, più simpatiche esistenti sulla superficie del pianeta.
La nostra tragedia sta nel fatto che noi esitammo tra le due alternative. Continuammo a guardare alle nostre spalle le distese inaridite che ci avevamo scacciati e, non appena i incominciarono le piogge del pleistocene, tornammo tutti insieme sulla terra portando con noi, inconsapevolmente, un insieme assortito di adattamenti marini.
Ora, dopo dieci milioni di anni trascorsi nell’acqua e un milione anni di nuovo sulla terraferma, l’homo sapiens, nel XX secolo, non è, come afferma l’antico adagio, né pesce, ne carne, né buona aringa rossa; e ciò sta alla radice di un maggior numero delle sue difficoltà di quanto egli abbia cominciato a capire.
Esatto. Cercherò di passare la sintesi dei prossimi capitoli quanto prima…. con un po’ di pazienza.
grazie per questo interessante contributo.
l’ultimo capitolo che hai posto è il 4, giusto?
attendiamo con curiosità